Piano piano i concorsi tornano a farsi vivi. La diffusione del coronavirus li aveva congelati: come farli svolgere senza correre il rischio di moltiplicare i contagi? Adesso che, seppure con prudenza, la situazione tende a normalizzarsi, la pubblica amministrazione ha ripreso in mano il dossier delle assunzioni e da qui alla fine dell’anno la “Gazzetta Ufficiale” ne dovrebbe pubblicare un bel po’.
Prima della pandemia Covid-19 le previsioni stimavano in 500.000 i posti necessari per rimettere in linea la P.A. con le necessità operative lasciate crescere dal blocco del turn over e dai bilanci ridotti all’osso. Ma quel blocco è stato depennato, l’allarme virus è stato derubricato e la macchina dello Stato può rimettersi in moto.

I segnali già ci sono. In questo numero di “Lavoro Facile”, per esempio, ci sono concorsi per più di 2.343 opportunità che riguardano la presidenza del Consiglio, ministeri e varie istituzioni. La scadenza per le domande è piuttosto ravvicinata e chi è interessato dove muoversi con una certa rapidità.
Ma siamo solo all’inizio. Si ricorderà che, prima dello stop, erano sulla rampa di lancio i concorsi dell’Agenzia delle entrate, del ministero dei Beni culturali, del ministero della Giustizia e di Regioni e Comuni ormai in affanno per la mancanza di personale.

Una prima risposta è nei bandi in corso. Però nei 6 mesi che ci separano dalla fine dell’anno le proposte si susseguiranno a ritmi sostenuti. Ad essere ricercati saranno, in particolare, addetti all’accoglienza, amministrativi, assistenti sociali, avvocati, cancellieri, consulenti, dirigenti, funzionari, informatici, medici, operatori, tecnici, vigili urbani, e così via.
In parte si attingerà da vecchie graduatorie e in parte si cercherà di stabilizzare risorse in servizio, ma chance a disposizione ne rimarranno parecchie. Può darsi, insomma, che anche nel pieno del periodo delle vacanze possano saltare fuori concorsi da non perdere. Come i 1.961 dell’Inps, più volte annunciati e ora finalmente in uscita.

Poi c’è il capitolo della scuola. All’argomento abbiamo dedicato il Primo piano (da pagina 20) provando ad anticipare che cosa accadrà il 14 dicembre quando suonerà la prima campanella dell’anno 2020-2021. I nodi da sciogliere, nonostante le linee guida messe nero su bianco dalla ministra Lucia Azzolina, non sono pochi, a cominciare dai prof e dai bidelli che dovranno garantire le lezioni e la sicurezza delle aule e degli spazi comuni.
Il fatto è che mancano sia gli uni che gli altri. I concorsi già banditi non termineranno in tempo utile e molte cattedre rischiano di restare vuote. E non solo.
C’è, quindi, da assumere un gran numero di figure professionali. Su come ciò avverrà si può leggere qui di seguito, così che chi aspira a farsi avanti può avere qualche elemento in più su cui riflettere.

Di posti si parla anche in altri servizi. Ikea ha rilanciato le chance lungo l’intera Penisola e la catena di supermercati che fa capo al Consorzio Sun ha bisogno di 800 tra addetti vendita, banconisti, direttori, cassieri, magazzinieri e scaffalisti.
Infine, l’Acquario di Roma: forse la lunga e travagliata marcia della struttura a ridosso del laghetto dell’Eur sta per concludersi positivamente. In ballo ci sono 300-400 possibilità di lavoro. La speranza è che non intervengano altri intoppi. Per la Capitale quel cin-cin sarebbe un buon augurio.

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Come è noto, le notizie sulla situazione in cui versa il Paese dopo il lockdown sono tutte negative. Anzi, di più. Ci si richiama alla “grande crisi” del 1929 oppure all’Italia uscita stremata dalla seconda guerra mondiale.
Tra le ultime previsioni c’è quella dell’Ocse che ha registrato un crollo del Pil tra l’11,3% e il 14,1%. Il debito pubblico toccherà nuovi primati e, in generale, anche la macchina produttiva non dovrebbe cavarsela meglio. Insomma, nero più nero.

Eppure c’è chi comincia a vedere la luce in fondo al tunnel. Il “Sole-24 Ore”, che è il giornale della Confindustria, ha scritto che “la strada maestra per avviare la riduzione graduale del debito è spingere con forza sul pedale della crescita. In che modo? L’associazione degli imprenditori considera decisivi quattro punti: 1) lotta all’evasione fiscale, un segnale in termini di equità che sarebbe fondamentale per la tenuta sociale; 2) semplificare e snellire gli oneri burocratici e amministrativi; 3) investire con determinazione sui settori che creano futuro: cioè istruzione, formazione, ricerca; 4) rimuovere i vincoli che frenano gli investimenti e riducono il potenziale di crescita dell’economia.

Anche Claudio Descalzi, numero uno dell’Eni, intervistato dal “Corriere della Sera” ha detto che “noi come cittadini, come imprese e come Paese abbiamo la forza necessaria per superare questo momento… Pensavamo che il risveglio dell’economia arrivasse a fine giugno, invece già adesso vediamo una confortante ripresa”.

Gli stati generali, voluti fortemente dal primo ministro, Giuseppe Conte, consentiranno di capire qualcosa di più. A Villa Pamphili, mentre scriviamo, idee e proposte si stanno accavallando. Alla fine bisognerà farne una sintesi, portarla in Parlamento, farla approvare e poi metterla in pratica.
Trasformare la crisi in opportunità. È il refrain che ci sta accompagnando da quando abbiamo ricominciato a guardarci in giro. Perché o sarà così oppure saranno guai serissimi. Non si può più giochicchiare a centro campo. Ci vogliono i gol, cioè programmi veri con i quali uscire dalle sabbie mobili e costruire un domani che sappia cancellare la confusione che ci siamo trascinati dietro di governo in governo.

Occorre rispondere a chi è stato più penalizzato. A chi ha perso il posto ed è a caccia di un lavoro. Ai tanti giovani che il lavoro non sanno che cosa sia, e che hanno smesso persino di cercarlo come ha certificato l’Istat: tra marzo e aprile, infatti, 414.000 persone si sono cancellate da tutto e sono diventate invisibili. Tanto che – incredibilmente – la disoccupazione è scesa dall’8,1% al 6,3%.

Però quelle persone non sono finite su Marte. È uno degli elementi di quella rabbia sociale di cui tanto si discute. La prova del fuoco ci sarà subito dopo l’estate, allorché termineranno molte delle misure di contenimento (cassa integrazione, sussidi, bonus vari).
Servirà il sostegno dei 270 miliardi di euro in arrivo dall’Europa, che però sono ufficialmente ancora da definire. Tra l’altro, è proprio grazie ai contributi dell’Ue che si potrà avviare quel piano di riorganizzazione del servizio sanitario nazionale che vale anche almeno 20.000 posti di lavoro (vedi a pagina 20).
Allora è il momento di rimboccarsi le maniche e fare sul serio. Di parole ne abbiamo sentite a fiumi. Ma con le parole non si mangia (un ministro diceva che era con la cultura che non si mangia, ma quella era un’epoca che oggi sembra appartenere al Giurassico).

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Si spera sempre che la situazione sia migliore rispetto a quello che sembra (o che è). Poi arrivano i dati ufficiali e la speranza svanisce. In questi mesi segnati dal coronavirus è successo spesso. Prima sperando che la diffusione del Covid-19 non azzannasse il Paese alla gola, poi sperando che le vittime non superassero livelli di crudeltà mai visti, infine sperando che il lavoro riuscisse a tenere botta seppure tra mille problemi.
A farci aprire definitivamente gli occhi sulla realtà ci ha pensato l’Inps secondo cui in aprile sono state chieste dalle imprese 772,3 milioni di ore di cassa integrazione. Nell’aprile 2019 erano state 25 milioni. In sostanza c’è stato un aumento di quasi il 3.000%. Non era mai accaduto. Il 63,7% delle ore di cig è stato chiesto dalle aziende del Nord, il 18,4% da quelle del Centro e il 17,8% da quelle del Sud.

Questa fotografia è stata scattata prima del decreto Rilancio dello scorso 19 maggio. Servirà a rendere meno pesante il futuro? Anche qui si spera perché sennò saranno guai ancora più seri. Il governo, come è noto, ha messo sul piatto 55 miliardi di euro che dovrebbero evitarci di finire inghiottiti dalle sabbie mobili: “Nessuno verrà lasciato indietro”, ha detto il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.
Vedremo se sarà così. Comunque, per aiutare i lettori a districarsi tra l’infinità di norme e di codicilli che compongono quel decreto abbiamo deciso di pubblicare i passaggi salienti del provvedimento che distribuisce a pioggia un bel po’ di soldi.
Chi ne ha diritto può trovare nelle pagine che seguono una serie di indicazioni utili: dai requisiti che bisogna avere all’ammontare dei contributi, da come e a chi inviare la domanda a su quante mensilità di può fare conto.

Ma è chiaro che se questi aiuti possono contribuire a fronteggiare le necessità più urgenti, un altro paio di maniche è la ripresa economica. Qui tocca al sistema Italia fare uno scatto di qualità. Le risorse sulle quali le imprese possono fare leva per uscire dalla crisi ci sono ma – hanno subito fatto sapere da Confindustria – potevano e dovevano essere non solo più cospicue ma soprattutto distribuite meglio.
Il fatto è che di soldi ce ne vorrebbero di più. Che potrebbero pure essere trovati se l’Unione europea accogliesse le proposte dei suoi membri che più hanno subito i colpi della pandemia e mettesse da parte l’opposizione di Austria, Danimarca, Olanda e Svezia.

L’Italia, insomma, prova a scaldare i motori sperando – eccoci di nuovo di fronte a questa parola – di incrociare alcune congiunzioni favorevoli. Può sembrare un paradosso, ma la nostra forza è che gran parte dell’Ue è in crisi e che il concetto o se ne esce insieme o insieme si va a fondo è ormai abbastanza diffuso, tanto che anche la cancelliera tedesca Angela Merkel pare essersene fatta una ragione.

Intanto, il mondo della produzione tenta di darsi una mossa. Tra concorsi e opportunità che provengono da grandi, medie e piccole aziende ci sono chance da valutare con attenzione: certo, molto resta da fare, ma diamo un’occhiata alle offerte di questo numero (allievi della polizia di Stato, commessi, impiegati, magazzinieri, sorveglianti, vigili del fuco). Può darsi che ci sia quella che si sta cercando.

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Piano piano l’Italia prova a ripartire. È inutile ricordare le cifre della caduta della nostra economia dovuta al coronavirus. Giornali e televisioni ce le propongono in ogni momento e ormai le abbiamo imparate quasi a memoria. Noi, e gli altri Paesi, siamo messi male. Ma stavolta mal comune non fa mezzo gaudio. L’unica consolazione, se così si può dire, è che o se ne esce tutti insieme o saranno guai per tutti. Sembrano averlo capito anche le istituzioni europee, seppure con qualche eccezione. Solo che adesso dalle parole bisogna passare ai fatti. E rapidamente.
In sostanza, i soldi dei piani di salvataggio messi a punto dall’Ue devono arrivare subito a destinazione. Di mezzo c’è la sopravvivenza di milioni di persone e del sistema uscito dalle rovine della seconda guerra mondiale. Le prossime settimane saranno decisive. Sia per sapere come la Fase 2 sta impattando con Covid-19 sia per verificare se le misure di sostegno cominceranno a mandare i primi segnali positivi.

C’è da sperarlo. Anche se si sa che il recupero sarà complicato. Per quanto riguarda Roma e il Lazio, proprio in occasione del Primo Maggio, Antonio Macaluso sul “Corriere della Sera” ha ricordato come la nostra Regione, prima della pandemia, era al primo posto in Italia in termini di tasso di crescita: 1,4% contro una media nazionale dello 0,44%. Le aziende in attività erano 662.514 e quelle di Roma (337.489) superavano quelle di Milano (285.528). Anche il tasso di disoccupazione era sceso all’8,1%, il valore più basso dal 2008.

Su questo si è abbattuto il coronavurus. Il sistema Roma-Lazio – rispetto a Milano e alla Lombardia, a Torino e al Piemonte, a Bologna e all’Emilia Romagna – è riuscito a cavarsela meglio in fatto di contagi, però occorre invertire la pesante tendenza negativa che si è impadronita del mondo del lavoro e della produzione.
Non sarà semplice. Il turismo, uno dei settori più importanti, è in ginocchio e con Covid-19 ancora in circolazione e con il quale dobbiamo imparare a convivere, continuerà a fare danni. A soffrire è l’insieme delle attività collegate: gli alberghi, i ristoranti, i negozi dello shopping, l’offerta storica e culturale.

Ma questa è la situazione e da qui si deve ripartire facendo leva su quei comparti che sono riusciti a tenere botta. Come, per esempio, il farmaceutico dell’area a Sud di Roma dove alcune imprese si sono distinte nella ricerca di laboratorio per trovare il vaccino anti-coronavirus (vedi Advent-Irbm di Pomezia in collaborazione col Jenner Institute della Oxford University). In più c’è il comparto pubblico che con i suoi 400.000 dipendenti continua a garantire una non secondaria capacità di spesa.

Certo, per rilanciare industria e occupazione è necessario sbloccare le grandi opere e da noi ce ne sono un bel po’ pronte a partire. Inoltre, chi è alla ricerca di un impiego può sempre dare un’occhiata alle offerte che pubblichiamo nelle pagine che seguono: da Enel alle Ferrovie di Stato, dai concorsi indetti dal ministero dell’Istruzione alle proposte provenienti dalle piccole e medie imprese. Forza, proviamo a tirarci su.

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Da qualche giorno, seppure con modalità diverse, hanno riaperto le librerie, le cartolerie e i negozi di abbigliamento per neonati e bambini, le lavanderie industriali e le tintorie. Hanno ripreso l’attività anche le aziende che operano nella silvicoltura, nella cura e la manutenzione del paesaggio, nel commercio all’ingrosso di carta e cartone, nella fabbricazione di apparecchiature informatiche. Per quanto riguarda Roma, sono operativi 25.000 negozi classificati come indispensabili per il rifornimento di una città con oltre 3 milioni di abitanti.

Uno spiraglio nel muro del lockdown innalzato per combattere la diffusione del coronavirus. Si andrà avanti così fino al 4 maggio quando altri comparti potranno tornare in campo, sempre se i numeri del contenimento della pandemia lo consentiranno. Comunque, fino alla scoperta del vaccino, dovremo continuare a convivere con Covid-19. In sostanza, ancora per un bel po’, nulla sarà come prima.

L’Italia dovrà provare a rialzarsi e a rimettere in moto il mondo della produzione. I dati sono impietosi: nel biennio 2020-2021 le nostre imprese potrebbero accusare una perdita tra i 270 e i 650 miliardi di euro di fatturato, con le filiere del turismo e dell’automobile tra le più penalizzate. Le previsioni non sempre coincidono. Gli istituti di ricerca si muovono in ordine sparso ma sul default sono tutti d’accordo.
Per esempio, il Cerved Industry Forecast, un istituto che ogni semestre analizza le prospettive della nostra economia, ha elaborato un paio di scenari. Il primo segnala che se l’emergenza dovesse prolungarsi fino a maggio sarebbero necessari due mesi per intravedere un qualche ritorno alla normalità. In questo caso le imprese perderebbero, dall’inizio della crisi, il 7,4% dei ricavi. Quasi la metà delle perdite riguarderebbe le aziende della Lombardia (-62 miliardi di euro) e del Lazio (-47 miliardi di euro). Nel secondo caso, con un’emergenza fino al 31 dicembre, la caduta dei ricavi arriverebbe al 17,8%.

La disoccupazione galoppa. Alla fine di marzo erano già 3 milioni (il 13,2% del totale della forza lavoro) coloro che avevano perso il posto: circa 1 milione gli autonomi e 1,9 milioni i dipendenti, per lo più addetti alle vendite.
Inoltre Confimprese, l’associazione che rappresenta 350 brand commerciali con 40.000 punti vendita e 700.000 addetti, ha calcolato che finora è stato perso il 95% del fatturato e che con ogni probabilità una attività su tre non ce la farà a riaprire.

Le dimensioni del crollo sono tali che senza un Piano Marshall europeo sarà difficile aggrapparsi a un vero salvagente. Un’Europa che, però, non può essere quella degli anni scorsi. Vedremo che cosa salterà fuori dal lungo negoziato con Bruxelles nella consapevolezza che o ci si salva tutti insieme o l’Unione non avrà più ragione di essere.
Come sempre, nelle pagine che seguono si possono trovare le opportunità di lavoro di quelle
aziende che si sono date programmi che guardano al di là dello shock coronavirus. Vale la pena dargli un’occhiata. Così come merita di essere letta la testimonianza di un’infermiera che in un grande ospedale romano è impegnata nella battaglia contro il virus.

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Anche per l‘economia il coronavirus è come una guerra. È stato detto che stiamo attraversando la crisi più dura dalla fine del secondo conflitto mondiale. Ed è vero. Pure chi l’aveva presa alla leggera, magari sperando che il contagio non dilagasse ovunque, si è dovuto ricredere.
Il premier britannico, Boris Johnson, è passato dalla crudele “immunità di gregge” a misure di contenimento che avrebbe fatto bene ad adottare senza perdere tempo, e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è stato costretto a rivedere la dottrina del “non c’è da preoccuparsi” proprio mentre New York e la California decidevano di chiudere tutto ciò che era possibile chiudere. Sull’esempio del nostro Paese. Anche se il capo della Casa Bianca, poco prima, aveva annunciato che “non finiremo come l’Italia”. Joseph Stiglitz, uno dei più noti economisti americani, gli ha ricordato che “i virus non hanno passaporti, non seguono i confini nazionali né la retorica nazionalista”.

Con le dichiarazioni di chi siede nelle stanze dei bottoni è bene finirla qui. I problemi che abbiamo di fronte, oltre a quello drammatico della corsa di Covid-19 che sembra inarrestabile, sono tanti a cominciare – appunto – da quelli che riguardano la produzione e il lavoro. È un altro bollettino di guerra. L’Italia delle imprese grandi e piccole, l’Italia del turismo e dell’accoglienza, l’Italia dell’arte e della cultura, l’Italia degli artigiani, è a terra.
A Roma, giusto per fare un esempio recente, la società che gestisce gli aeroporti di Fiumicino e Ciampino (Adr), ha messo in cassa integrazione fino a dicembre 3.000 dipendenti, più del 90% della forza lavoro. Eppure, prima dello shock del coronavirus, cioè appena poche settimane fa, l’azienda era in piena salute con un fatturato di quasi 1 miliardo di euro e con lo scalo Leonardo da Vinci (45 milioni di passeggeri) ai vertici del gradimento internazionale. E poi c’è l’Atac: la municipalizzata dei trasporti, già in difficoltà, ha visto crollare gli incassi e per quasi 4.000 addetti è scattato il ricorso al fondo di solidarietà.

Nonostante una strategia criticabile e criticata, l’Europa resta in questi frangenti un’ancora di salvezza. Anche perché la crisi ha costretto l’Unione a modificare molte regole e ad allargare i cordoni della borsa. Così il Patto di stabilità, quello che prevedeva un deficit pubblico non superiore al 3% del Pil, è stato sospeso e altri parametri sono stati messi da parte.
In sostanza, ci saranno più soldi a disposizione dei Paesi che fanno parte dell’Ue. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha affermato che “nessuno Stato membro può fronteggiare questa minaccia da solo” e che “ogni strumento utile sarà messo sul tavolo. La Commissione, e questo è importante per l’Italia, concederà la massima flessibilità sugli aiuti di Stato e sul Patto di stabilità, così il governo italiano potrà aiutare le imprese e il mercato del lavoro, e investire nel settore della sanità”.

Vedremo alla prova dei fatti come e in quali tempi si svilupperà questo cambio di passo. Ma, guardando in giro, non c’è altro – e di più solido – a cui aggrapparsi per non sprofondare.

Intanto, le offerte di impiego non sono scomparse. In questo numero se ne possono trovare di interessanti. A partire da Poste Italiane e Amazon per continuare con i 105 assistenti che servono alla Banca d’Italia. E così via. In “Napoli Milionaria” Eduardo De Filippo diceva: “Ha da passà a’ nuttata”.

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Ci voleva il coronavirus per farci comprendere appieno quanto vale il turismo per l’Italia. E quanto, via via, lo abbiamo lasciato andare senza dargli una solida strategia all’altezza della situazione. Sì, siamo riusciti a difendere qualche posizione ma è sempre troppo poco rispetto alle nostre potenzialità. Adesso che abbiamo sotto gli occhi i dati del settore quasi si stenta a crederci. Il comparto “pesa” circa 90 miliardi di euro, il 5% del Pil, Ma considerando tutto l’indotto c’è chi parla del 10%. Occupa 4,5 milioni di addetti, più dell’intera filiera manifatturiera, con il 70% dei dipendenti che ha meno di 44 anni e moltissimi meno di 30. Insomma, un pianeta abitato prevalentemente da giovani.

I contratti stagionali sono parecchi: 1,3 milioni dei quali 800.000 vengono attivati solo tra luglio e agosto. Lo scorso anno, dopo un 2018 positivo, le cose non sono andate benissimo. Con flessioni anche significative (intorno al 5%) nel Lazio, in Sardegna, Toscana e Veneto. Bene, invece, le città più amate come Roma, Firenze e Venezia. E bene la Riviera Romagnola.

Che cosa accadrà quest’anno è ancora difficile da prevedere. Nelle ultime settimane le disdette sono fioccate. Negli alberghi hanno raggiunto il 60-70% e i ristoranti non se la stanno passando meglio. Si comprende bene, quindi, l’apprensione che circola nelle strutture che fanno capo all’accoglienza. In allarme, per esempio, è proprio la Riviera Romagnola che d’estate ospita milioni di persone e che di solito in questo periodo comincia ad accumulare le prenotazioni. Che però finora stentano. Se l’industria delle vacanze dovesse scivolare all’indietro a pagarne le conseguenze sarebbe anche l’occupazione. Ma andrà davvero così?

Secondo Magda Antonelli, docente di Economia del turismo alla Bocconi di Milano, il problema delle disdette esiste ma non si deve esagerare con il pessimismo: “I dati dell’Organizzazione mondiale del turismo – ha detto – dimostrano che dopo eventi catastrofici, inclusi gli attentati e la Sars, passata l’emergenza, la ripresa è rapidissima. Certo, avremo un periodo non facile, perciò dovremo fare più promozione in modo coordinato”.

Su questo versante, come su altri, l’Italia sarà messa a dura prova. Superare senza pesantissime cadute questa fase può servire per impostare una ripresa con qualche affanno di meno. Il che non sarebbe male viste le difficoltà che ci portiamo dietro: una crescita economica che stenta, la disoccupazione che resta a livelli inaccettabili, il debito pubblico che non riesce a invertire decisamente la rotta.

Eppure non tutto si è fermato. Così, se le prove di importanti concorsi pubblici sono state rinviate (ma presto verranno comunicate le nuove date), ci sono aziende che non si sono tirate indietro e che hanno confermato i piani di sviluppo e la conseguente ricerca di figure professionali. Tra queste – come si può leggere nella pagine di questo numero di “Lavoro Facile” – ci sono le più importanti compagnie ferroviarie, Enea e Eni che hanno accelerato sulla fusione nucleare, Fca-Fiat che sta puntando sulle auto a motore elettrico, e il ministero dei Beni culturali che ha bisogno di 500 operatori per musei e biblioteche. Se è vero che il bicchiere si sta vuotando è altrettanto vero che c’è chi sta provando a impedire che resti del tutto a secco. Con un po’ di fortuna, forse ce la possiamo fare.

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Ci sono lavori che quasi sempre coincidono con la bella stagione. Sono quelli legati al periodo delle vacanze quando le strutture ricettive al mare o in montagna funzionano a pieno regime. Secondo l’Istat, tra il 2018 e il 2019 i contratti a tempo determinato sono passati da 3.045.000 a 3.194.000 (+149.000) e hanno riguardato soprattutto i giovani. Nello stesso frangente sono aumentati anche i rapporti a tempo indeterminato: da 14.850.000 a 14.989.000 (+139.000).
Interessante leggere questi dati per aree geografiche. Nel Nord il tempo determinato è in flessione, nel Centro è stabile mentre è in sensibile aumento nel Mezzogiorno. Esattamente l’opposto di ciò che capita al tempo indeterminato. Nessuna sorpresa: il nostro Paese era e resta diviso in due. Una parte viaggia a velocità quasi europea e mentre l’altra non riesce a venire fuori dalle difficoltà.

Il discorso serve per introdurre uno dei capitoli di questo numero di “Lavoro Facile”. Ogni anno tra marzo e aprile gli alberghi, i resort e i villaggi turistici hanno bisogno di tantissime figure e nelle pagine che seguono se ne possono trovare più di 4.000 con stipendi che oscillano sulla base della mansione e della professionalità.
Nel 2019 non poche di queste offerte sono rimaste senza risposta. Per esempio, la Riviera Adriatica ha faticato parecchio a reperire ciò di cui aveva necessità tanto che il sindaco di Gabicce non esitò a parlare di vera e propria emergenza. Come mai?

In parte, il reddito di cittadinanza ha contribuito a rendere più critica la situazione ma ha anche messo in evidenza un fatto: il lavoro stagionale è troppo spesso sottopagato. Se, in sostanza, per un primo impiego non si superano i 600-700 euro allora il confronto con il Rdc è perdente. Stai a casa, non fai niente e guadagni di più.
È uno dei rilievi che sono stati mossi al reddito e che spinge verso una sua revisione. Ma nello specifico ha portato in superficie una realtà sottaciuta: i livelli salariali degli stagionali hanno bisogno di essere rivisti.
Quest’anno le cose dovrebbero andare meglio perché imprenditori del settore hanno ritoccato le buste paga. Vedremo che cosa accadrà. Intanto, nelle pagine che seguono si parla anche di altri argomenti e di aziende che hanno confermato importanti piani di sviluppo vincolati all’inserimento di personale.

Nel campo della grande distribuzione, il marchio Selex e il centro commerciale Maximo – di cui abbiamo già riferito – sono alla ricerca di un bel po’ di figure.
Poi c’è la sfida tra Burger King e McDonald’s che si apprestano ad “riempire” la Penisola di locali e che vanno a caccia di addetti alla ristorazione. Da segnalare che, contrariamente a quanto si crede, qui gran parte dei contratti sono a tempo indeterminato e ci sono pure buone possibilità di carriera.

Merita attenzione anche un’iniziativa di Intesa-Sanpaolo. L’istituto di credito, infatti, ha deciso di dare una formazione a migliaia di ragazzi per poi avviarli al lavoro. Infine i concorsi. Non mancano quelli che riguardano il Lazio e altre regioni. Ma probabilmente quello destinato a fare il pieno di domande riguarda gli assistenti parlamentari che servono alla Camera dei deputati. Per candidarsi basta il diploma. È il quarto bando emanato da Montecitorio e Palazzo Madama. Altri dovrebbero uscire al più presto.

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Da quando abbiamo cominciato a parlare di Maximo – il nuovo grande centro commerciale di Roma in zona Laurentina, a ridosso della Pontina – l’interesse dei lettori è andato crescendo. La ragione è semplice: 1.300 posti non sono uno scherzo. Il problema era che fino a pochi giorni fa chi voleva candidarsi aveva pochi punti di riferimento utili.
Adesso nelle pagine che seguono “Lavoro Facile” offre un ampio panorama delle aziende che vi si insedieranno e che sono alla ricerca di personale. Il tutto in vista dell’inaugurazione che avverrà tra poche settimane e, comunque, entro la prossima primavera. Chi vuole farsi avanti, quindi, non deve fare altro che verificare i requisiti e inviare il curriculum.

Le opportunità offerte dalla Capitale non finiscono qui. Apple, il gigante americano dell’informatica, sta per aprire quello che sarà lo store più bello e organizzato d’Europa. In via del Corso, nello storico Palazzo Marignoli, ci si potrà immergere nel futuro del digitale nei due piani ristrutturati dal famoso architetto Norman Foster. Vi lavoreranno 120 figure professionali con il pallino per Mac, iPhone, iPad, orologi avveniristici e così via. Le selezioni sono già in corso.

E sempre a Roma la catena alberghiera Hilton ha avviato la ricerca di addetti sala, addetti pulizie, baristi, camerieri, commerciali, cuochi, pasticceri e receptionist. Non bisogna essere alle prime armi e, soprattutto, occorre sapersela cavare più che bene con l’inglese e magari conoscere qualche altra lingua.
In movimento ci sono anche gli uffici delle risorse umane di altre grandi società. Per esempio, Costa Crociere deve assumere 450 risorse e Disneyland Paris chiama a raccolta numerosi giovani per il Parco dei divertimenti alle porte di Parigi.

Poi i concorsi. Al ministero dell’Interno confermano che c’è necessità di rinforzi e che per 2.319 agenti di polizia, 500 vigili del fuoco e 130 funzionari alla carriera prefettizia è stato deciso il via libera. Qui si devono tenere d’occhio il sito dello stesso dicastero e quelli della “Gazzetta Ufficiale” e della nostra testata per conoscere i tempi e i modi di partecipazione alle prove d’esame.
Da tenere presente che anche il Senato ha aperto le porte a 30 assistenti parlamentari: basta l’ex licenza media.

Il 9 gennaio scorso l’Istat ha diffuso i dati relativi all’occupazione del mese di novembre 2019. La popolazione che lavora ha toccato il 59,4% (+0,1% rispetto a ottobre), il massimo storico a partire dal 1977. Ciò significa che le persone che hanno un’occupazione sono 23.486.000 (+41.000).
Sembrerebbero buone notizie, e in parte lo sono. Solo, però, che i giovani disoccupati tra i 16 e i 24 anni sono aumentati di 0,4 punti e che complessivamente in Europa peggio di noi ci sono la Grecia e la Spagna.

Luci e ombre, dunque. Tuttavia, a guardare meglio – come è stato sottolineato – si scopre come in Italia il lavoro sia poco produttivo e remunerato peggio. E che il part time sia in forte espansione. Chi si contenta gode, dice un vecchio proverbio. Ma onestamente c’è poco da godere. A meno che le prossime rilevazioni non consolidino le tendenze positive e certifichino il rilancio dei settori industriali che più contano.

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Il 2019 si chiude con un bel po’ di crisi che attendono una soluzione (in ballo ci sono migliaia di posti) mentre il 2020 si apre con la speranza di un netto cambio di rotta. Accade quasi sempre così quando si passa da un anno all’altro, ma stavolta la necessità di imboccare la strada giusta è più urgente che mai.
Non c’è solo l’ansia per le aziende e il personale in difficoltà. C’è, più in generale, un senso di incertezza sul futuro dell’intero Paese. Ma è anche vero che i segnali positivi non mancano: la Banca d’Italia ha rivisto in leggero rialzo la crescita dell’Italia, le esportazioni dovrebbero confermarsi su buoni livelli, il turismo continuerà a regalare soddisfazioni, la macchina dello Stato dovrebbe uscire dalle secche del tran-tran e muoversi verso un profondo ricambio generazionale. E così via.

Però, pressati da un linguaggio violento e sprezzante che coinvolge non pochi partiti, giornali, televisioni e social media, si fa persino fatica a distinguere la realtà dalla finzione, a riconoscere ciò che accade davvero dalla propaganda.
Per questo ci vorrebbe un anno che faccia ritrovare la fiducia e faccia riemergere il meglio che c’è dentro di noi. È con questo augurio che ci addentriamo dentro il 2020. E, nel nostro piccolo, vogliamo metterci un pizzico di buone notizie che riguardano uno dei temi centrali della società, com’è quello del lavoro.

Intanto una conferma: i concorsi, dopo la fine del blocco del turn over, si stanno moltiplicando e la pubblica amministrazione si appresta a riaprire le porte soprattutto ai giovani. A pagina 32 se ne può trovare un primo esempio (amministrativi, autisti, bidelli, informatici, vigili urbani). Inoltre, il segretario nazionale della Fp Cgil, Fabrizio Rossetti, ha detto a “Lavoro Facile” (pag. 40) che non solo sono 500.000 i posti di cui c’è bisogno e di cui via via usciranno i bandi, ma che per ridare efficacia all’insieme dell’apparato statale ce ne vorrebbero almeno il 30% di più.
E proprio la Fp Cgil ha messo a punto un portale dove chi è interessato alle chance nello Stato può trovare tante indicazioni utili oltre alla possibilità di iscriversi e seguire gratuitamente specifici cosi di preparazione.

Tra le offerte sulla rampa di lancio ci sono quelle di Starbucks che, dopo Milano e Torino, arriva anche nella Capitale (pag. 20), e quelle dell’Acquario di Roma che, al termine di una lunga serie di rinvii e grazie a una sentenza dei giudici, può vedere la linea del traguardo.

Ma non è finita qui perché l’industria farmaceutica (pag. 50) mette a disposizione numerose chance, in particolare nel Lazio, e Arcaplanet, la catena di negozi dove si può trovare tutto per i nostri amici a quattro zampe, per i suoi nuovi negozi avrà necessità di un piccolo esercito di addetti (pag. 7).

Niente male per cominciare l’anno con il piede giusto. L’occasione è quindi buona per fare ai nostri lettori l’augurio di un 2020 ricco di lavoro.

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