1) La scuola? Accidenti che rebus; 2) Laurearsi in GB sarà quasi impossibile; 3) Dei clan si sa già tutto. E allora?; 4) Noi “anta” siamo discriminati; 5) Assunzione col conto corrente…; 6) Ancora sulla giungla call center; 7) Le mie otto proposte per la sanità

1) LA SCUOLA? ACCIDENTI CHE REBUS

Alla fine una soluzione riusciranno a trovarla ma che angoscia: la scuola italiana da troppo tempo viene bistrattata e mai considerata come dovrebbe. Se il futuro si costruisce tra aule e docenti c’è poco da stare allegri. E non per colpa dei prof che continuano a mettercela tutta per impedirne il definitivo naufragio.
Marta Semprini - Per e-mail da Roma

Ogni ministro che arriva in viale Trastevere prova a cambiare tutto e, soprattutto, a spazzare via ciò che ha fatto il suo predecessore. Ma è mai possibile? A memoria non ricordo un responsabile del dicastero della pubblica istruzione che sia riuscito a lasciare il segno. Vorrei sbagliarmi, però…
Stefania Ricci - Per e-mail da Roma

Lavoro da anni nella scuola come amministrativo e ne ho viste di tutti i colori. Quando è stato deciso di dare più responsabilità ai dirigenti scolastici credevo che fosse una scelta azzeccata: solo chi vive giorno per giorno i problemi di un istituto può risolverli sapendo dove mettere le mani.
Ma poi i soldi da spendere si sono inesorabilmente ridotti tanto che non pochi genitori sono stati costretti a comprare materiali di prima necessità (prodotti per la pulizia, carta igienica) o a mettersi a disposizione per qualche lavoretto urgente.
Insomma, se lo Stato doveva risparmiare i primi a finire sotto le forbici sono sempre stati la scuola e la sanità. Il risultato è davanti agli occhi di tutti.
Per questo dico che le responsabilità della ministra Azzolina, che pure ci sono, andrebbero perlomeno ripartite con chi l’ha preceduta.
Carlo S. - Per telefono da Roma

Oltre ai soliti nodi irrisolti, anche la scuola ha dovuto misurarsi con il coronavirus. Una tempesta quasi perfetta. È facile sparare a zero sul ministero dell’Istruzione, anche perché la ministra Azzolina ci ha messo del suo con indecisioni, gaffe, mosse e contromosse.
Mi vengono i brividi pensando a che cosa potrà accadere il 14 settembre quando partirà l’anno scolastico 2020-2021. Non resta che sperare nello stellone italiano. E pregare.
Fabiola Masi - Per e-mail da Roma

Cara ministra Lucia Azzolina se, come dice, l’hanno messa in mezzo lasciando che diventasse il bersaglio di tutte le critiche, perché non si dimette? Sarebbe un bel gesto di responsabilità. Però in Italia le dimissioni sono un evento rarissimo: la poltrona ha sempre la meglio e il rimpallo delle responsabilità consente di salvare (più o meno) la faccia.
Non sono scenebelle da vedere, ma ci siamo abituati. Tra qualche settimana, nel pieno delle ferie, le polemiche scenderanno di tono. Però la brace cova sotto la cenere e, c’è da scommettere, alla vigilia del primo suono di campanella il fuoco tornerà a divampare. Figuriamoci che cosa potrebbe accadere se anche Covid-19 dovesse farsi vivo con una seconda ondata: facciamo gli scongiuri!
F. T. - Per e-mail da Roma

La scuola è l’immagine di un Paese. E l’Italia è da tempo che non riesce a dare il meglio di sè. Del resto siamo tra chi destina meno soldi all’educazione: così se la spesa media dei partner dell’Unione europea è del 10,2% della spesa pubblica totale, noi ci fermiamo al 7,9%.
L’Inghilterra spende l’11,3%, la Francia il 9,6%, la Germania il 9,3%, la Romania l’8,4%, la Grecia l’8,2%. In testa troviamo Cipro con il 15,3% e i Paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) con il 15%.
È un problema che, come ha scritto un lettore, viene da lontano. E che adesso potrebbe essere avviato a soluzione grazie ai contributi che l’Europa si appresta a versare all’Italia.
Però a Bruxelles si aspettano, prima di darci gli euro, che il governo presenti un piano circostanziato relativo a come intendiamo spenderli. Lì la scuola deve ritrovare la dignità che merita.
Al tema abbiamo dedicato il Primo piano di questo numero (da pagina 20). Dove si possono trovare i punti salienti della riforma della ministra Azzolina e le opportunità di formazione offerte dal mercato. Insomma, proviamo anche a rispondere alla domanda: che cosa conviene imparare per trovare subito e meglio un posto di lavoro?

2) LAUREARSI IN GB SARÀ QUASI IMPOSSIBILE

Il prossimo anno mio figlio prenderà la maturità e, come d’accordo in famiglia, proseguirà gli studi in Gran Bretagna. Il fatto è che la Brexit potrebbe cambiare i nostri calcoli, e non di poco perché leggo che, una volta scattata la separazione tra Londra e il resto dell’Unione europea, frequentare una università costerà un bel po’ di più.
Stiamo cercando di informarci ma pare proprio che così sarà. La mia preoccupazione è che potrei non essere in grado di sostenere la spesa. Rinunciare sarebbe un brutto colpo. Continuiamo a sperare in un cambiamento di rotta, in qualche accordo che almeno lasci intatte le norme che regolano gli scambi culturali. Sarà possibile?
Corrado D’Amico - Per telefono da Roma

L’uscita del Regno Unito dalla Ue – sancita da un referendum e poi sempre ribadita dal premier Boris Johnson – avverrà alla fine di quest’anno. Sono in corso negoziati per scongiurare una separazione dura, cioè senza intese capaci di limitare i danni.
All’inizio di giugno, Johnson e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, hanno provato a trovare un punto di incontro. Invano. Le posizioni sono rimaste distanti e non si intravedono spiragli.
C’è chi ha provato a suggerire di prendere tempo, rinviando più avanti la data limite. Ma Londra ha tagliato corto: “Il periodo di transizione scade il 31 prossimo dicembre”.
Saranno problemi per tutti. È stato calcolato che il Regno Unito dovrà mettere in conto un calo del Pil di oltre il 10% e 6 milioni di posti bruciati. Al numero 10 di Downing Street confidano nell’aiuto del presidente americano, Donald Trump, che non vede l’ora di stringere ancora di più i rapporti con il Paese di Sua Maestà per creare ulteriori difficoltà all’Unione europea.
Per ciò che riguarda la presenza degli studenti provenienti dalla Ue nelle università britanniche, nulla cambierà fino a quel fatidico 31 dicembre. Poi le novità faranno piazza pulita di ciò che è stato.
Un po’ di cifre. Adesso la tassa d’iscrizione è di 9.000 sterline l’anno. In più gli studenti possono ottenere prestiti da restituire dopo la laurea e dopo avere trovato un posto di lavoro. In sostanza, ci si può mantenere senza pesare sulle famiglie.
Ma con l’anno accademico 2021-2022 i ragazzi provenienti dalla Ue saranno equiparati agli extracomunitari. Quindi le 9.000 sterline saliranno a 25.000 e spariranno pure gli incentivi.
Così, per coprire i 4 anni necessari per arrivare alla laurea bisognerà sborsare 100.000 sterline (115.000 euro). Più le spese di soggiorno.
Non molti potranno permetterselo, e i flussi dall’Italia sono destinati a ridursi drasticamente. Oggi, tra gli studenti europei i nostri giovani sono i più numerosi: 14.000 contro i 13.600 francesi, i 13.400 tedeschi e i 10.300 spagnoli.

3) DEI CLAN SI SA GIÀ TUTTO. E ALLORA?

Se davvero la criminalità organizzata, approfittando delle difficoltà provocate dal coronavirus a tanti imprenditori, sta tendando di “subentrare” negli affari, perché le autorità competenti non intervengono per stroncare questi tentativi?
Ciò che mi sorprende è che spesso si sa già tutto: che la cosca tal dei tali controlla interi quartieri, che l’organizzazione pinco palla smercia stupefacenti, che i clan ypsilon e zeta sono formati da colletti bianchi che riciclano i proventi del malaffare. Eccetera, eccetera.
Si fanno pure nomi e cognomi. Che si aspetta ad esercitare la legge? Boh, è un mistero gaudioso.
T. P. - Per e-mail da Frosinone

In effetti, si pubblicano pure organigrammi con spicchi di città controllati da gruppi ben identificati. Allora perché non si interviene? In verità, si interviene. Le operazioni di polizia, carabinieri e guardia di finanza sono quotidiane, e lo smantellamento delle reti criminali è costante.
Certo, si dovrebbe e si potrebbe fare di più. Anche perché è notevole la capacità delle mafie di parare i colpi e rimediare agli arresti. Il giudice Giovanni Falcone parlò di “menti raffinatissime”. Lo Stato deve tenere sempre la guardia alta.

4) NOI “ANTA” SIAMO DISCRIMINATI

Anche se le normative vigenti in materia di assunzioni OBBLIGANO a non discriminare per razza, età e sesso, così spesso non è. E voi fareste bene a denunciare chi non rispetta le regole in modo, se non altro, da farci risparmiare l'invio del curriculum e altre perdite di tempo. Lo dico a ragion veduta perché ho 55 anni e in questo cavolo di Paese sono ormai fuori da un bel pezzo dal mercato del lavoro, e la pensione è ancora lontana. Non ci sono parole...
Vorrei che prendeste sul serio questo argomento – magari dedicandogli uno dei prossimi articoli – che è di una gravità totale (e anche costituzionalmente censurabile) e che taglia fuori persone con esperienza e buone capacità professionali. Se, giustamente, vi occupate dei giovani è altrettanto giusto tenere presente le necessità di lavoro di chi un impiego lo ha perso e ha solo qualche anno in più.
Stefania S. - Per e-mail da Roma

Il problema dell'occupazione, com'è noto, riguarda tutte le età. Per di più in un periodo come quello attuale terremotato dal lockdown.
In quest'ambito si conferma quell'autentico dramma che è la ricollocazione dei cosiddetti "anta" che spesso hanno una famiglia a carico e verso i quali le misure di sostegno lasciano a desiderare.
Accogliamo volentieri il suggerimento di Stefania S. e quanto prima torneremo sull'argomento.

5) ASSUNZIONE COL CONTO CORRENTE…

Ho ricevuto un'offerta da parte di una società e, successivamente, un contratto di lavoro. Il tutto senza sostenere un colloquio conoscitivo.
Dal momento che si tratta di un’azienda che opera nel campo del trasferimento di pagamenti, dovrei aprire anche un conto corrente. Mi stanno venendo molti dubbi…
A. F. - Per e-mail da Morino (L’Aquila)

Risponde l’avv. Valerio Antimo Di Rosa. Certamente suscita più di qualche dubbio un'offerta di lavoro proveniente da una società che nemmeno vuole conoscere il futuro dipendente magari solo attraverso l’invio del curriculum.
A maggior ragione, visti i presupposti, diffiderei di un preteso datore di lavoro che mi invitasse, per strette esigenze operative, ad aprire un conto corrente bancario a mie spese. Le cronache dei raggiri e delle triangolazioni di quattrini sono ricche di episodi del genere.

6) ANCORA SULLA GIUNGLA CALL CENTER

Ho letto in questa rubrica la denuncia di chi ha lavorato in un call center senza ricevere lo stipendio pattuito. Posso testimoniare che non si tratta di un caso isolato. Anch’io ho vissuto una situazione simile, anche se poi tutto si è risolto per il meglio.
Il fatto è che, accanto a strutture serie, ce ne sono altre che non hanno un rapporto corretto con i collaboratori. Sarebbe bene che si continuasse a fare luce su un settore nel quale lavorano centinaia di giovani e dove impera la legge della giungla.
G. R. - Per telefono da Frosinone

Rispetto alla stagione pioneristica, quando di regole non c’era nemmeno l’ombra, l’intero comparto non è più abbandonato a se stesso, tanto che i contratti in essere garantiscono di più e meglio i lavoratori.
Ma di strada ne resta ancora da fare, tanto più che il settore non ha ancora risolto il problema delle delocalizzazioni e quello del cosiddetto “massimo ribasso” che consente a società piuttosto disinvolte di subentrare ad altre con tariffe superscontate e spesso al di sotto dei prezzi di mercato.
Com’è possibile? È possibile – sostengono dipendenti, sindacati e strutture più serie – perché la differenza viene scaricata sui lavoratori, sforbiciando le retribuzioni. Pertanto, quando si è sul punto di cominciare un’attività con un call center è bene sapere chi si ha di fronte. E poi, in caso di inadempienze, non rassegnarsi ma individuare la strada migliore per ottenere il pieno riconoscimento dei diritti maturati.

7) LE MIE OTTO PROPOSTE PER LA SANITÀ
Si continua a parlare della Sanità in Italia. E si discute di che cosa non ha funzionato. Sicuramente ci sono state carenze e errori, ma nel complesso il nostro Servizio sanitario nazionale ha retto abbastanza bene e rimane uno dei migliori del mondo.
L’arrivo inaspettato del coronavirus ci ha trovati impreparati, con strutture non all’altezza per affrontare la grave situazione: carenza di posti letto per la rianimazione, carenza di materiale sanitario, carenza di medici e infermieri, carenza di servizi e presidi sanitari sul territorio. E poi, lasciatemelo dire, in alcune regioni i governatori non sono stati altezza dell’emergenza e tanti direttori generali si sono rivelati impreparati. E che dire di chi ha portato avanti una politica di privatizzazione della Sanità con continui finanziamenti e tagliando risorse e depotenziando le strutture pubbliche?
Io sostengo, invece, che c’è bisogno urgente di investire di più e meglio proprio nella sanità pubblica: la salute deve essere messa al primo posto nelle scelte culturali, economiche, sociali e politiche del nostro Paese.
Ecco alcune mie semplici proposte da rivolgere alle istituzioni e ai responsabili della sanità: 1) potenziare il Servizio sanitario nazionale con più risorse economiche, più strutture, più posti letto per la rianimazione, più medici e infermieri; 2) negli ospedali creare percorsi di sicurezza per evitare il contagio da coronavirus; 3) nell’ambito del piano sanitario locale potenziare velocemente le strutture sul territorio; 4) i dirigenti delle Agenzie territoriali della salute e delle Aziende socio-sanitarie territoriali siano nominati con concorsi pubblici, possibilmente internazionali (europei), secondo criteri di preparazione, competenza, capacità e onestà; 5) siano superate tra le regioni le disparità di trattamento; 6) appena pronto il vaccino anti Covid-16 sia messo a disposizione del Servizio sanitario nazionale in quantità sufficienti per la vaccinazione di tutti i cittadini; 7) che sia applicata appieno la legge 833, quella che ha istituito il nostro Servizio sanitario nazionale universalistico, con i suoi principi e gli obiettivi di prevenzione, cura e riabilitazione; 8) applicare su tutto il territorio nazionale l’articolo 32 della nostra bella costituzione in cui si stabilisce che il diritto alla salute deve essere garantito a tutti i cittadini e in eguale misura.
Per ultimo, un ringraziamento speciale a tutti gli operatori sanitari per il grande impegno e l’immenso sacrificio che ha consentito di salvare tante persone mettendo a rischio la loro vita.
Francesco Lena - Per e-mail da Cenate Sopra (Bergamo)

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1) Cara Inps, paga la cassa integrazione; 2) Il governo riuscirà a restare in sella?; 3) Se ci si rifiuta di lavorare nei festivi; 4) Il posto in banca non è più sicuro; 5) Pochi controlli sui bus di Roma; 6) Comprare un’auto con i “vizi occulti”

1) CARA INPS, PAGA LA CASSA INTEGRAZIONE

Sono tra coloro che hanno diritto all’assegno di cassa integrazione in deroga. I passaggi burocratici si sono conclusi lo scorso 8 aprile ma ancora non ho visto un euro. I tempi sono duri per tutti, ma ancora di più lo sono per chi ha perso un lavoro precario spesso poco retribuito.
Adesso vedo che con sempre maggiore frequenza si parla di rabbia sociale pronta ad esplodere. Chi ci governa deve prestare attenzione a quei cittadini che la crisi provocata dal coronavurs ha spinto oltre la soglia di povertà e che senza aiuto rischiano di non farcela.
A me sembra la solita Italia: a parole molto si promette ma poi nei fatti succede poco. In queste condizioni basta poco per accendere la miccia del risentimento…
Marco G. - Per e-mail da Roma

Il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, sostiene che ormai non ci sono ritardi nei pagamenti in quanto la macchina dell’Istituto di previdenza, dopo qualche settimana difficile, ha preso il ritmo giusto. Anche per quanto riguarda il pagamento della cassa integrazione in deroga (Cigd).
Secondo Tridico, con la fine di maggio non dovrebbero più esserci pratiche arretrate. L’e-mail di Marco G. è giunta in redazione all’inizio di giugno e può darsi che, nel frattempo, la situazione si sia risolta per il meglio.
Certo è che l’Inps si è trovata a gestire una situazione come mai prima, con tanti fronti aperti dalla pandemia. La riorganizzazione degli uffici ha richiesto qualche settimana e ciò ha innescato un’esasperazione diffusa. Che in verità, nonostante le rassicurazioni, non è stata del tutto riassorbita.
Ricordiamo che la cassa integrazione in deroga spetta ai lavoratori subordinati con la qualifica di operai, impiegati e quadri, compresi gli apprendisti e i lavoratori somministrati, con un’anzianità lavorativa presso un’impresa di almeno 12 mesi. L’indennità è pari all’80% della retribuzione. La domanda deve essere presentata dall’azienda direttamente all’Inps.
Per maggiori informazioni clicca qui

2) IL GOVERNO RIUSCIRÀ A RESTARE IN SELLA?

Intorno agli esami di maturità in tempi di Covid-19 c’è stato prima il balletto del si fa-non si fa, poi del come-si-fa e, infine, della loro organizzazione da parte degli uffici scolastici regionali. Ebbene, una volta dato il via libera è saltato fuori il problema della mancanza dei presidenti di commissione.
Con un’ordinanza è stato deciso, in fretta e furia, che per la nomina non era più necessaria un’anzianità di docenza di 10 anni e che, quindi, su questa base si poteva procedere alle nomine d’ufficio.
È questo l’ultimo inconveniente che vede la scuola in pieno marasma. Anche sui concorsi per la stabilizzazione degli insegnanti c’è stata un bel po’ di confusione e ancora non è ben chiaro in che modo comincerà l’anno scolastico 2020-2021. Che la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, non sia all’altezza?
Claudia Mauri - Per telefono da Roma

Il decreto Rilancio di 55 miliardi di euro dovrebbe rimettere in moto l’economia. A giudicare da ciò che si vede non so se ci si riuscirà. Nel governo ognuno marcia in ordine sparso e manca una visione strategica.
Se è vero che serve un impegno come quello messo in campo dopo la fine della seconda guerra mondiale, c’è da tremare.
Giuliana Marchi - Per e-mail da Roma

I soldi del Mes più i 172 miliardi di euro del recovery fund dovrebbero consentire all’Italia di uscire dalle sabbie mobili. L’Europa ha finalmente ha battuto un colpo, e che colpo. Sono più ottimista sul nostro futuro.
Lorenzo Milani - Per e-mail da Roma

Leggo che il governo di Giuseppe Conte avrebbe i mesi contati. Dopo l’estate e con l’economia ancora in panne pare che il nostro primo ministro sarà costretto a gettare la spugna.
Aumentano coloro che fanno il tifo per questa conclusione. Il nostro Paese ne trarrà giovamento? Non ne sono tanto sicuro visto ciò che passa il convento della politica.
Pino B. - Per e-mail da Napoli

Di messaggi sulle prospettive dell’Italia ne sono arrivati altri ma questi che pubblichiamo li riassumono bene.
Che cosa dire? Occorrerà vedere ciò che accadrà nelle prossime settimane e, soprattutto, su quando si potrà contare sul sostegno concreto dell’Unione europea. Abbiamo bisogno di risorse perché le casse dello Stato si sono prosciugate.
Il nostro primo ministro sa che non può tirarla per le lunghe senza mettere quattrini freschi sul piatto. Se ciò avverrà abbastanza rapidamente potrà tirare un sospiro di sollievo. Sennò sarà complicato tenere in piedi la coalizione che lo sorregge.

3) SE CI SI RIFIUTA DI LAVORARE NEI FESTIVI

Se un’azienda chiede ad un suo dipendente di lavorare in un giorno festivo e il dipendente si rifiuta, l’azienda può evitare di mettergli in busta paga il relativo trattamento retributivo ordinario?
Carla Sartori - Per telefono da Roma

Le giornate festive prevedono una retribuzione ordinaria se non lavorate e straordinaria – cioè con una maggiorazione prevista dai contratti – se lavorate. In nessun modo il rifiuto di lavorare in uno di quei giorni riconosciuti dai Ccnl può determinare la cancellazione della parte ordinaria.
In questo senso si è espressa la Cassazione (sentenza 21209/2016) che ha condannato la decisione di un’azienda metallurgica che avendo chiesto ad alcuni operai di essere presenti in fabbrica l’8 dicembre ed essersi vista rispondere negativamente, non aveva inserito in busta paga il trattamento ordinario relativo alla festività non lavorata. La Suprema Corte, in sostanza, ha ribadito la validità della norma di legge secondo la quale il dipendente può astenersi dall’attività lavorativa durante determinate festività e, quindi, l’azienda non può mettere in discussione il relativo trattamento retributivo.

4) IL POSTO IN BANCA NON È PIÙ SICURO

Una volta il posto in banca era tra i più ambiti e sicuri. Da un paio d’anni il panorama è cambiato. Chiusura di filiali e licenziamenti. È un altro mito che crolla…
Mimmo Moretti - Per e-mail da Roma

È proprio così. Secondo fonti del settore, per esempio, se Intesa Sanpaolo dovesse riuscire ad acquistare Ubi Banca i dipendenti in uscita sarebbe 5.000. Naturalmente si tratterebbe di uscite volontarie garantite dal Fondo di solidarietà del settore.
Ci sono da calcolare, inoltre, i 6.000 esuberi di UniCredit e la riduzione del personale, in parte già effettuata, di Bnl, Mps, Bper e altri istituti di credito.
C’è da dire che, di solito, gli accordi con i sindacati prevedono che ogni due addetti in uscita ce ne sia uno in entrata. È un modo per tagliare i bilanci e accelerare il ricambio generazionale favorito dalla progressiva introduzione delle nuove tecnologie.

5) POCHI CONTROLLI SUI BUS DI ROMA

Meno male che siamo tornati alla normalità dopo le restrizioni del lockdown. Ormai non ci sono più chiusure e, dal 3 giugno, ci si può spostare liberamente in tutta Italia. Restano, però, in vigore le misure per contenere la diffusione del Covid-19 come le sanificazioni, il distanziamento, le mascherine e, dove previsto, l’uso dei guanti.
Io vivo a Roma e per ragioni di lavoro ogni mattina utilizzo i mezzi pubblici. Posso testimoniare che qui le cose non vanno come dovrebbero. Gli autobus, soprattutto nelle ore di punta, sono affollati come prima e tutti fanno finta di niente.
Ma non si è detto che, in questi casi, gli autisti dovrebbero intervenire saltando persino le fermate? E che ci sarebbe stata più sorveglianza? La sindaca, Virginia Raggi, non può limitarsi a firmare ordinanze con le quali si appioppano multe a pioggia e insistere per l’inutile costruzione della funivia Casalotti-Battistini che dovrebbe costare più di 100 milioni di euro.
Non voglio mischiare capre e cavoli, ma rendere più sicuri i viaggi su bus e metro dovrebbe venire prima di tutto: non possiamo permetterci un ritorno in forze del coronavirus. L’occupazione ha subito colpi durissimi. Il rischio è che, nonostante tanti sacrifici, possa finire definitivamente fuori combattimento.
Paolo Comi - Per e-mail da Roma

In effetti, nelle ore di punta e su alcune linee succede ciò che il lettore ha descritto. E oggi, tra l’altro, le scuole sono chiuse. Che cosa accadrà a settembre?
Speriamo che la sindaca Raggi riesca a mettere in campo – e per tempo – idee utili e praticabili. Intanto, qualche controllo in più sui mezzi pubblici non guasterebbe.

6) COMPRARE UN’AUTO CON I “VIZI OCCULTI”

Non c’entra con il lavoro ma l’argomento è di interesse generale in quanto c’è di mezzo la tutela di noi consumatori.
Per esempio, che cosa succede (e che cosa può fare) chi ha acquistato un’auto usata trovandosi quasi subito nei guai per una serie di guai meccanici?
Siccome una cosa analoga è capitata anche me, mi piacerebbe avere maggiori ragguagli.
Stefano Roberti - Per e-mail da Roma

Anche in questo caso, c’è una lontana sentenza (21204/2016) della Corte di Cassazione secondo la quale la clausola “vista e piaciuta” che di solito accompagna i contratti di acquisto non può avere la meglio sui “vizi occulti”, anche se questi non sono imputabili al venditore ma al costruttore.
In sostanza, è stata respinta l’impostazione secondo la quale con il termine “vista e piaciuta” si accetta il bene comprato così com’è, punto e basta. Invece, di fronte ai “vizi occulti” c’è chi ne deve rispondere. Il venditore oppure il costruttore.

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1) La scuola, gli esami e i dubbi sul futuro. 2) Occhio, c’è chi truffa utilizzando l’Inps. 3) Maternità e blocco dei licenziamenti. 4) Stalking: violenza fisica e morale. 5) Insegno l’inglese però… gratis

1) LA SCUOLA, GLI ESAMI E I DUBBI SUL FUTURO

D) Dopo un lungo tira e molla è stato deciso che gli esami di maturità cominceranno il 17 giugno. Si svolgeranno in aula e la prova dovrebbe durare un’ora. Visto come ci si è arrivati, credo che nessuno verrà bocciato. Del resto, la percentuale dei promossi era già altissima negli scorsi anni, figuriamoci se con la situazione che si è creata i prof vorranno usare il pugno duro.
Capisco che diplomare tutti senza un minimo di confronto avrebbe potuto suscitare polemiche, ma così non è la stessa cosa? La scuola, come il Paese, ha attraversato e sta attraversando un periodo difficile. La speranza è che quando a settembre le aule torneranno a riempirsi sia già cominciata una nuova era. Auguri a tutti i ragazzi.
Carla Massei - Per e-mail da Roma

D) Non mi va di fare quello al quale non va bene niente, però quest’anno l’esame di maturità rischia di diventare un pro forma. Tra l’altro sarà un problema nominare anche i presidenti delle commissioni perché mancano i candidati.
La ministra Lucia Azzolina ha voluto mandare un segnale di ritorno alla normalità insistendo per lo svolgimento degli esami. Forse qualche ragione ce l’ha però, come al solito, si è arrivati alla decisione tra mille giravolte.
La scuola ha bisogno di un salto di qualità che la presenza del coronavirus sta rendendo più complicato. Il futuro dell’Italia è legato anche alle risposte che saremo in grado di dare a questo problema.
Filippo R. - Per e-mail da Roma

D) Mio figlio ha provato a seguire le lezioni stando seduto davanti al computer. Certo, non tutto è filato liscio ma è stata un’esperienza utile. So però di altri ragazzi che hanno avuto difficoltà con i collegamenti e che, quindi, solo in parte hanno potuto sfruttare la didattica a distanza.
È un peccato perché se la decisione di chiudere le scuole per arginare la diffusione del coronavirus è stata giusta forse si poteva fare uno sforzo in più per mettere tutti nella condizione di mantenere online un contatto costante e proficuo con i professori.
Gianni Orazi - Per e-mail da Roma

D) In un modo o nell’altro l’anno scolastico 2019-2020 si avvia alla conclusione. Ciò che mi preoccupa è che cosa accadrà a settembre quando riprenderanno le lezioni. Per esempio: le aule non potranno essere affollate come prima e quindi ce ne vorranno di più. Ma gli insegnanti di cui ci sarà bisogno da dove salteranno fuori? E il personale amministrativo e di servizio?
È vero che sono stati indetti concorsi per mettere fine al precariato, ma ciò non significa aumentare il numero dei docenti quanto dare una giusta sistemazione a chi già aveva una cattedra. E allora? Si ricomincerà con i contratti a tempo e con nuove graduatorie?
La scuola italiana è riuscita finora ad andare avanti grazie all’abnegazione e alla professionalità del corpo insegnante. Cogliendo l’occasione delle risorse messe a disposizione dall’ultimo decreto del governo si dovrebbe provare a dare una bella sistemata al nostro mondo dell’istruzione. Sul serio e senza troppe furbizie.
Paola Piccinini - Per e-mail da Viterbo

D) La ministra Azzolina non si è comportata male. Si è barcamenata tra ipotesi diverse e ha poi deciso che gli esami di maturità e quelli di terza media andavano fatti. D’accordo, niente di impegnativo però così i ragazzi hanno sentito il dovere di continuare a impegnarsi.
E adesso? Che cosa accadrà con il nuovo anno scolastico? È bene sperare in una sensibile ritirata del coronavirus, altrimenti…
Marina Grosso - Per e-mail da Roma

D) Questo affare della didattica a distanza ha scavato ancora di più il fossato tra i ceti sociali. Non in tutte le famiglie, infatti, sono diffusi pc, tablet, smartphone e quant’altro, e non tutti sanno usarli al meglio. L’accesso all’istruzione è un diritto universale. Mi pare che si cominci a metterlo in dubbio.
Carlo Maselli - Per e-mail da Roma

R) I collegamenti online hanno dato una grossa mano a tenere comunque acceso il rapporto tra studenti e insegnanti. Sennò tutto si sarebbe spento e riacceso solo con l’avvio del prossimo anno scolastico.
L’emergenza Covid-19 ha costretto ad accelerare sul versante della digitalizzazione. La scuola e il mondo della produzione si sono trovati a fare i conti con una situazione che ha imposto scelte impensabili fino a qualche mese fa. Si pensi allo smart working, cioè al cosiddetto lavoro agile, che ha cambiato il modo di concepire il rapporto tra ufficio e dipendenti. E si pensi, a proposito della scuola, alla possibilità che tanti giovani hanno avuto di laurearsi dialogando con i professori attraverso internet.
Ma non tutto è stato un successo. Lo smart working – al di là dell’uso che ne è stato fatto sotto la spinta della necessità – ha bisogno di essere rivisto per trovare il corretto punto di equilibrio tra esigenze aziendali e operatività. Così come il “professore in video” non sempre ha risolto i diversi aspetti della didattica.
Un’indagine promossa dalla comunità di Sant’Egidio su 800 bambini di 44 scuole primarie di Roma del centro e della periferia, ha accertato che il 61% degli alunni non ha mai seguito una lezione online. All’interno di una quota del 31%, invece, il 49% ha assistito a un paio di lezioni a settimana, l’11% a una sola lezione, e il 2% a cinque lezioni. Il restante 8% non ha più avuto contatti con la scuola dal giorno della chiusura.
Inoltre, appena il 5% ha avuto l’opportunità di ricevere dalla scuola un pc o un tablet.
Diversi e più incoraggianti sono i dati che chiamano in causa i ragazzi delle medie, degli istituti tecnici, dei licei e delle università. Ma anche qui c’è molta strada da fare.
Per la riapertura delle scuole e per la didattica a distanza nel “decreto rilancio” sono stati stanziati 331 milioni di euro che serviranno anche per la sanificazione degli ambienti, il potenziamento delle misure di protezione e dell’assistenza medica.
La ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, ha annunciato, se il coronavirus tornerà a sfiorare i livelli di guardia, “una scuola più aperta, diversa, che esca dagli edifici scolastici: utilizzeremo di più tutti gli ‘stake holders’ della scuola, cioè oltre agli enti locali, le associazioni di volontariato che già collaborano con le istituzioni”.

2) OCCHIO, C’È CHI TRUFFA UTILIZZANDO L’INPS

D) Ho ricevuto sul mio pc l’invito a fornire il numero della mia carta di credito per ottenere un rimborso da parte dell’Inps. Il tutto con il classico logo dell’Istituto di previdenza. Molta è stata la meraviglia perché non ho in corso nessuna pratica di questo tipo.
Poi, leggendo meglio, mi sono accorto che il testo conteneva pure alcuni strani riferimenti. Allora ho pensato a un tentativo di raggiro. Ho telefonato all’Inps che ha confermato i miei sospetti.
Questo per mettere in guardia i vostri lettori. Occorre tenere sempre gli occhi aperti e cercare conferme alle e-mail che si ricevono.
Massimo M. - Per telefono da Roma

R) In effetti, l’Inps avverte che sono in corso tentativi di truffa tramite e-mail di “phishing” finalizzate a sottrarre fraudolentemente il numero della carta di credito, con la falsa motivazione che servirebbe a ottenere un rimborso o il pagamento del bonus di 600 euro previsto dal decreto “cura Italia”.
L’Istituto, nell’invitare a ignorare queste e-mail che propongono di cliccare su un link per ottenere i quattrini, ricorda che le informazioni sulle sue prestazioni sono consultabili esclusivamente accedendo direttamente dal portale www.inps.it e che, per motivi di sicurezza, non invia mai e-mail contenti link cliccabili.
Il fenomeno del “phishing” non è nuovo. La Polizia postale avverte che si tratta di e-mail, solo apparentemente provenienti da banche, società, istituti pubblici e privati, che riferendo problemi di registrazione o di altra natura, invitano a fornire i propri dati riservati.
Solitamente nel messaggio, per rassicurare falsamente l’utente, viene indicato un collegamento (link) che rimanda solo apparentemente al sito web della banca, della società o dell’istituto. In realtà il sito al quale ci si collega è stato artatamente allestito identico a quello originale. Qualora l’utente inserisca i propri dati riservati, questi entrano nella disponibilità dei truffatori telematici che li utilizzano per prosciugare i conti.

3) MATERNITÀ E BLOCCO DEI LICENZIAMENTI

D) Otto mesi fa sono diventata mamma per la seconda volta. Pochi giorni fa ho ricevuto, insieme a un’altra decina di persone, la lettera di licenziamento. L’azienda presso la quale lavoro è sicuramente in difficoltà ma credo che il provvedimento preso nei miei confronti non sia del tutto regolare. Ne ho parlato con il mio rappresentante sindacale ma vorrei anche il vostro parere.
M. R. - Per telefono da Roma

R) In materia di maternità e tutela delle donne lavoratrici la legge è chiara. La lavoratrice madre, infatti, non può essere licenziata (tranne che per giusta causa, cessazione dell’azienda o scadenza del termine in caso di rapporto di lavoro a tempo determinato) dall’inizio della gestazione e fino al compimento di un anno di vita del bambino.
Durante lo stesso periodo non può esserci neppure la sospensione dal lavoro, a meno che non si tratti di sospensione dell’intera azienda o di un intero reparto.
In caso di licenziamento entro il periodo protetto, si ha diritto a ottenere il ripristino del rapporto di lavoro, presentando – entro 90 giorni – la documentazione comprovante lo stato di gravidanza o di puerperio. In sostanza, il licenziamento è da considerare nullo, cioè come mai avvenuto (sentenza della Corte Costituzionale) e la lavoratrice ha diritto al risarcimento dei danni (sentenza della Corte di Cassazione).
Comunque, il “decreto rilancio” ha stabilito che i licenziamenti sono sospesi per 5 mesi, anche per giustificato motivo. Quindi ci sono tutti gli estremi per impugnare l’iniziativa presa dall’azienda.

4) STALKING: VIOLENZA FISICA E MORALE

D) È vero che nello stalking, oltre alla "violenza fisica", si può leggere anche la "violenza morale"? Se così fosse, la responsabilità di chi commette questo tipo di violazione sarebbe decisamente più pesante.
Dal momento che nei luoghi di lavoro le discriminazioni non accennano a diminuire, mi sembra opportuno – se così fosse – farlo sapere in modo che tutti i protagonisti di episodi spiacevoli in fabbrica o in ufficio siano avvertiti.
s. m. - per telefono da ceccano

R) In effetti, la Cassazione (sentenza 10959) ha stabilito che, a proposito di stalking, la violenza fisica può comprendere anche la violenza morale, in ragione di una più attenta lettura delle normative interne e di quelle dell'Unione europea.
Più nel dettaglio, le sezioni unite della Corte hanno ritenuto doverosa un'interpretazione estensiva del concetto di stalking che comprenda – appunto – non solo le aggressioni fisiche, ma anche quelle morali e psicologiche. Pertanto, lo stalking rientra tra le ipotesi significative di violenza di genere che "richiedono particolari forme d protezione a favore delle vittime".

5) INSEGNO L’INGLESE PERÒ… GRATIS

D) Tempo fa sono stato assunto da una società privata che organizza corsi di inglese (io sono insegnante di questa lingua) con un contratto a progetto. Ho portato avanti tre corsi nell'arco di due anni ma sono stato pagato solamente per uno, e nemmeno per intero.
Il primo anno non ho firmato contratti perché mi sono fidato della parola data. Ebbene, non sono stato retribuito ma, se non altro, sono riuscito ad ottenere la regolarizzazione della mia posizione e, insieme, la promessa di "tanti" impegni futuri.
Per il secondo corso mi è stato corrisposto gran parte del compenso dovuto. Ma con il terzo riecco i problemi: lezioni sì, quattrini niente. Per non turbare gli allievi, che avevano pagato e che quindi avevano diritto al servizio, sono comunque andato avanti sollecitando la titolare a darmi quello che mi spettava.
Tutto questo prima del coronavirus. Ora che tutto sta riprendendo non voglio che la cosa passi sotto silenzio. È legale tutto ciò? In che modo la legge può tutelarmi? A chi posso rivolgermi?
F. P. - Per e-mail da Roma

R) Il lavoro deve essere sempre retribuito, al di là della configurazione che si dà ad un determinato tipo di rapporto, sia esso dipendente, autonomo, a tempo determinato o indeterminato o a progetto.
Nel caso lamentato, il lettore ben avrebbe potuto o potrebbe ricorrere al Giudice del Lavoro per ottenere quanto non corrisposto. Se si ha un documento comprovante il totale degli importi, si potrà anche ottenere l’ingiunzione di pagamento.
Diversamente occorrerà presentare un ricorso ordinario nel quale si dovrà provare con mezzi di prova testimoniali le prestazioni svolte e, per l'effetto, ottenere la condanna del datore a pagare il dovuto.

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1) Ancora Alitalia. Veri i 2.000 esuberi? 2) Coronavirus, le norme e i… giardini. 3) Quel lavoro nei campi a 3,50 € l’ora. 4) Smart working: come dopo la crisi? 5) 3 al curriculum nessuno risponde. 6) Quando si rifiuta il lavoro nei festivi

1) ANCORA ALITALIA. VERI I 2.000 ESUBERI?

D) Nello scorso numero un dipendente di Alitalia – almeno così mi è sembrato – ha scritto per esprimere la sua preoccupazione sul futuro della compagnia. Io lavoro in quello che viene definito indotto e sono ugualmente in ansia perché se per gli interni ci sono le tutele sociali, a cominciare dalla cassa integrazione, per molti di noi in caso di licenziamento la situazione sarebbe ben più dura in quanto i nostri contratti spesso non sono così garantiti.
Ho letto che il governo, dopo tanti tentativi, avrebbe trovato una soluzione. Come stanno le cose? Che cosa ci prepara il futuro?
Marco S. - Per e-mail da Roma

R) Il 22 aprile il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, parlando davanti alla commissione Trasporti della Camera ha delineato come Alitalia proverà a uscire dalla crisi. Questi i punti principali: 1) all’inizio di giugno si costituirà una Newco pubblica nella quale, al posto di Delta e SkyTeam, subentreranno i tedeschi di Lufthansa; 2) il passaggio delle consegne è legato al fatto che il 21 maggio scade la joint venture transatlantica con Delta e, siccome gli americani hanno firmato un accordo con Virgin Atlantic e con Air France-Klm, di fatto l’alleanza non ha più ragione di essere; 3) in un primo momento, comunque, per accelerare i tempi, la Newco sarà al 100% in mano pubblica; 4) anche perché, a causa del coronavirus che ha colpito l’insieme del trasporto aereo, Alitalia ha subito un calo del fatturato dell’87,5% e senza l’intervento del governo gli effetti potrebbero essere “dirompenti e devastanti”; 5) gli aerei in servizio passeranno dai 113 dell’attuale flotta a 90; 6) nel consiglio di amministrazione potrebbero entrare anche i sindacati “secondo un modello che funziona in altri Paesi”; 7) nel piano industriale il 30% dei collegamenti dovrebbe riguardare il lungo raggio che è stato uno dei punti deboli della compagnia.
A parte le tecnicità strutturali, che cosa accadrà al personale? Patuanelli ha detto che “parlare di esuberi zero è molto difficile”. Qualcuno ha ipotizzato la cifra di 2.000 esuberi. Certo è che davanti al comparto si prospettano mesi difficili. I gestori aeroportuali hanno calcolato per il 2020 una contrazione del fatturato di 1,6 miliardi di euro.
Anche l’indotto non riuscirà ad evitare contraccolpi. I sindacati sono in allarme. Le tutele e le garanzie sociali debbono essere estese a tutti.

2) CORONAVIRUS, LE NORME E I… GIARDINI

D) Il 4 maggio l’Italia è tornata a muoversi. Lo aveva già fatto nelle settimane precedenti ma da qualche giorno gran parte delle fabbriche e degli uffici hanno ripreso l’attività. In giro, ovviamente, c’è molta più gente e seppure le regole del distanziamento mi pare che vengano abbastanza rispettate il vero rischio è per i cittadini che devono utilizzare i mezzi pubblici.
A Roma, in certe fermate e in certe ore, la gente si accalca e, nonostante gli avvertimenti, a bordo non sempre tutto funziona come dovrebbe. Non possiamo permetterci il ritorno del coronavirus. Attenzione.
Clara Manzini - Per telefono da Roma

D) Dopo un bel po’ di tempo i parchi di Roma sono di nuovo a disposizione. Meno male ma che tristezza: i prati sono rinseccoliti e arbusti e alberi avrebbero bisogno di manutenzione.
Perché non si è approfittato della chiusura per dare una sistemata? Magari assumendo il personale necessario visto che il servizio giardini del Comune è ridotto ai minimi termini? È così difficile programmare certi lavori?
Leandro Furi - Per e-mail da Roma

D) Covid-19 ha terremotato tutto e tutti e ci ha costretto a cambiare abitudini e stile di vita. Anche nelle fabbriche e negli uffici nulla è più come prima se non altro per ragioni di sicurezza. Il ritorno alla progressiva normalità continua a preoccupare i virologi e gli addetti alla sanità. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha affermato che “dobbiamo imparare a convivere con il coronavirus”. Cioè a rispettare le norme destinate a impedirne la diffusione.

R) Vedremo tra un paio di settimane il bilancio della ripartenza. Invece non dobbiamo aspettare per dire che il verde pubblico della Capitale era ed è rimasto abbandonato a se stesso.

3) QUEL LAVORO NEI CAMPI A 3,50 € L’ORA

D) Tra le cose che in Italia si fa fatica a capire c’è quella dello sfruttamento di chi lavora nei campi. Ogni anno, in occasione dei raccolti, escono fuori puntualmente i racconti di chi per pochi euro è costretto a stare fino a 10-11 ore a riempire cassette di pomodori, di ortaggi, di frutta, di uva e quant’altro.
Pochi giorni fa un quotidiano ha pubblicato un reportage da Cerignola, Foggia e San Severo dove per 3,50 euro l’ora un esercito di rumeni, bulgari, polacchi e africani viene scelto e ingaggiato dai caporali.
Ciò che mi meraviglia è che di questo traffico umano si sa tutto: come si svolge, chi sono coloro che lo gestiscono e chi ne beneficia, cioè i proprietari di grandi appezzamenti di terreno.
Ma non succede niente. Perché? Come si può avere fiducia in un Paese che sa ma che preferisce chiudere gli occhi?
Mattia Perini - Per e-mail da Latina

R) Forse il lettore si riferisce all’articolo di Giuliano Foschini uscito su “Repubblica” il 27 aprile dal titolo: “Tra i braccianti di Foggia sequestrati dai caporali”. Ebbene sì, le vicende si ripetono con crudele puntualità nonostante – come è stato scritto – “il grande sforzo degli ultimi tempi di Prefettura, Polizia e Procura distrettuale antimafia”.
Ma c’è una novità: gli africani, via via, si sono sindacalizzati e sono meno propensi a lasciarsi prendere per il collo, e così si è dato il via libera alla manodopera proveniente dai Paesi dell’Est Europa. Lo ha riconosciuto anche Raffaele Falcone della Flai-Cgil.
Tra l’altro, le organizzazioni criminali utilizzano il movimento delle merci anche per il traffico della droga. Ma c’è da dire che gli “stipendi” così bassi derivano dalla logica di un mercato, dominato dalla grande distribuzione, che richiede prezzi sempre più bassi.
Il Procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Rao, ha dichiarato che “se si regolarizzassero i lavoratori i mafiosi perderebbero la loro capacità di ricatto”. Lo stesso è stato chiesto al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e ai ministri dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, del Lavoro, Nunzia Catalfo, degli Interni, Luciana Lamorgese, e del Sud, Giuseppe Provenzano, da una proposta sottoscritta da tante associazioni, tra cui Slow Food Italia. Secondo cui “regolarizzare chi è costretto a vivere in queste condizioni significherebbe agire a tutela dell’interesse nazionale e di un settore oggi più che mai strategico come quello della filiera agricola, facendo dell’emergenza coronavirus e delle sue disastrose conseguenze un’occasione per alzare l’asticella dell’equità, significherebbe rifiutare un sistema di compromessi al ribasso che si paga sulla pelle di chi è più fragile, e fare un passo in più verso un futuro in grado di garantire un cibo buono, pulito, giusto e sano per tutti”.
Come non essere d’accordo? Eppure la parola “regolarizzazione” continua a dividere il nostro Paese.

4) SMART WORKING: COME DOPO LA CRISI?

D) D’accordo con l’azienda presso la quale lavoro io e qualche altro collega abbiamo provato a sperimentare lo smart working. Più che altro per necessità viste le restrizioni imposte dal coronavirus. Adesso che l’emergenza è in parte rientrata siamo tornati in ufficio.
Cosa dire? Per certi aspetti l’esperimento ha funzionato: per esempio, niente più auto per andare e tornare con risparmio di tempo e di… benzina. Ma è mancato un vero rapporto con i responsabili e il tutto mi è sembrato un po’ rarefatto. A parte problemini tecnici di varia natura.
Insomma, in questo modo siamo riusciti a continuare gli impegni senza interruzione, però non mi è sembrata una soluzione ideale.
Vittorio C. - Per e-mail da Roma

R) In queste settimane si è parlato molto di smart working. Lo ha fatto anche “Lavoro Facile” con un paio di speciali usciti negli ultimi numeri. L’impressione è che la necessità di frenare la pandemia abbia incoraggiato il ricorso al lavoro a distanza che, negli altri Paesi, è ben più consolidato.
I risultati sono in chiaroscuro: bene per certi aspetti, meno bene per altri. Anche perché siamo stati presi alla sprovvista e il ritardo dello sviluppo tecnologico (leggi, per esempio, fibra ottica) non è stato d’aiuto.
Il Centro Studi Confindustria, sottolineando come chi utilizza il lavoro agile incrementi la produttività, rafforzi il legame con la propria impresa e, contemporaneamente, contribuisca a ridurre i costi logistici aziendali oltre che il traffico e l’inquinamento, ha però precisato che per massificarne diffusione e vantaggi anche dopo la crisi “sono necessari una semplificazione permanente delle regole e un nuovo approccio alla gestione del personale che privilegi un’organizzazione del lavoro per fasi, cicli e obiettivi”.
Dal canto suo, il Comune di Roma ha cominciato a diffondere nei luoghi di lavoro un questionario sulle tendenze in materia di spostamenti, orari e uso di bus e metro da parte dei lavoratori così da capire meglio come lo smart working possa incidere sulla vita delle persone, delle imprese e della stessa città. Ad essere interpellati sono 350.000 dipendenti di ditte pubbliche e private.

5) E AL CURRICULUM NESSUNO RISPONDE

D) Come mai le aziende alle quali si inviano i curricula non si degnano mai di un cenno di risposta? È davvero una scortesia che non tiene conto delle aspettative di chi è senza lavoro… I tempi sono quelli che sono, e sono tante le persone alla ricerca di un posto.
Ma, appunto, sono persone e non numeri. Quando diventeremo un Paese normale con diritti e doveri equamente ripartiti? Chi pubblica un annuncio di ricerca del personale dovrebbe poi sentire l’obbligo di farsi vivo con chi a quell’annuncio ha deciso di rispondere. O no?
M. S. e altri - Per e-mail e per telefono da diverse località del Lazio

R) Spesso è proprio così. Gli uffici del personale o delle risorse umane di aziende anche importanti e strutturate hanno l’abitudine di rispondere solo ai curricula più in linea con i profili di cui c'è bisogno. Davvero una brutta tendenza che, purtroppo, sembra resistere a qualsiasi critica. Perché inviare un messaggio di presa visione con, magari, una valutazione della domanda dovrebbe essere scontato. Invece...

6) QUANDO SI RIFIUTA IL LAVORO NEI FESTIVI

D) Se un’azienda chiede ad un suo dipendente di lavorare in un giorno festivo e il dipendente si rifiuta, l’azienda può evitare di mettergli in busta paga il relativo trattamento retributivo ordinario?
Carla Sartori - Per telefono da Roma

R) Le giornate festive prevedono una retribuzione ordinaria se non lavorate e straordinaria – cioè con una maggiorazione prevista dai contratti – se lavorate. In nessun modo il rifiuto di lavorare in uno di quei giorni riconosciuti dai Ccnl può determinare la cancellazione della parte ordinaria.
Lo ha ribadito la Cassazione con la sentenza 21209/2016 che ha condannato la decisione di un’azienda metallurgica che avendo chiesto ad alcuni operai di essere presenti in fabbrica l’8 dicembre ed essersi vista rispondere negativamente, non aveva inserito in busta paga il trattamento ordinario relativo alla festività non lavorata. La Suprema Corte, in sostanza, ha ribadito la validità della norma di legge secondo la quale il dipendente può astenersi dall’attività lavorativa durante determinate festività e, quindi, l’azienda non può mettere in discussione il relativo trattamento retributivo.

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1) Coronavirus. noi diciamo che…; 2) Il futuro dei dipendenti ali'Alitalia; 3) Ancora sul bonus baby sitting; 4) Aprire un'attività di acconciatore; ) Infortuni sul lavoro e tirocini

1) CORONAVIRUS. NOI DICIAMO CHE…

Voglio ringraziare tutti gli operatori sanitari che stanno combattendo con grande coraggio contro il coronavirus. Sono il volto migliore dell’Italia, quello che ci consente di sperare in un futuro migliore.
Renato Cappellini - Per e-mail da Roma

Ormai è evidente che medici e infermieri, soprattutto all’inizio della pandemia, sono stati lasciati senza le necessarie protezioni. Una mancanza che in troppi hanno pagato a prezzo della vita.
Sono d’accordo con quello che ha scritto un lettore nello scorso numero: ci vorrebbe qualcuno che prendesse nota di tutto ciò che è accaduto e sta accadendo in questi giorni per poi tirarne le somme. Non per gettare la croce addosso a nessuno ma per fare la storia di come sono andate davvero le cose. Sono convinto che in giro non ci siano solo eroi.
Michele Giorgi - Per e-mail da Roma

Ma come è possibile che dopo tanti appelli ci siano ancora persone che se ne fregano dei divieti, non rispettano le distanze e continuano ad andare in giro come se niente fosse? Così facendo non mettono a rischio solo la loro vita ma quella di tutti noi.
È una prova di inciviltà che, fortunatamente, riguarda una minoranza che però rischia di vanificare i sacrifici che tutti stiamo facendo per venire fuori da una crisi senza precedenti. L’Italia dei furbetti non manca mai di mettersi in mostra…
Roberta Fassi - Per e-mai da Roma

Mascherine sì, mascherine no. Guanti sì, guanti no. Bambini a spasso sì, bambini a spasso no. E così via. Perché di fronte a Covid-16 non si è scelta per le informazioni una sola fonte autorevole e riconosciuta? E poi che cosa pensare di quei politici che, con l’occhio rivolto ai voti e sfruttando la situazione drammatica del Paese, hanno detto tutto e il contrario di tutto?
Adesso le polemiche non servono. Serve battere il coronavirus. Ma quando sarà tutto finito non sarà male ricordare chi e come.
Stefano Amoroso - Per e-mail da Napoli

Apprendo oggi che non si sa ancora come si diffonde Covid-19. È vero che la scienza avanza passo dopo passo e che questo virus è esploso all’improvviso ma un po’ più di cautela forse ci avrebbe reso tutti più guardinghi. Vi ricordate quando ci assicuravano che le mascherine non servivano?
Tina Maurizi - Per e-mail da Roma

Quando torneremo alla normalità? Ho l’impressione che ci vorranno mesi. Questo virus non sparisce di fronte al cosiddetto “distanziamento sociale”. Quindi, in attesa della scoperta del vaccino, bisognerà conviverci. In Cina continuano a temere una contaminazione di ritorno e lo stesso varrà anche per noi.
L’economia dovrà tenerne conto perché se anche le industrie riprenderanno via via l’attività c’è un problema di quattrini da immettere nel sistema: se i consumatori, nonostante i sostegni al reddito, non hanno più soldi da spendere c’è poco da stare allegri. Almeno nel breve tempo. Per questo l’unica salvezza può venire da un’Europa finalmente unita e consapevole che o ci si salva tutti insieme o tutti finiremo per pagarne le conseguenze.

Mi pare che di fronte alla tragedia del coronavirus il governo si stia comportando con dignità. Poche parole fuori posto, concretezza, decisioni in linea con le urgenze.
Certo Giuseppe Conte non può fare come Donald Trump e ordinare di stampare soldi in quantità: la Bce non è la Fed e ci sono regole da seguire. Ma la pressione verso l’Unione europea per una fase nuova è stata portata avanti con una certa abilità diplomatica e strategica.
Maurizio Colussi - Per e-mail da Roma

Tra i tanti ringraziamenti a chi ci consente di tirare avanti ne voglio rivolgere uno ai giornalai che sono rimasti aperti consentendoci così di leggere informazioni vere e controllate. Almeno i seminatori di fake news attraverso il web stanno avendo una vita più difficile.
Certo che occorre essere del tutto irresponsabili per confondere le idee e seminare balle da cui non tutti sanno difendersi in un momento in cui siamo costretti a stare a casa e a utilizzare di più i collegamenti internet. Per questo il ringraziamento ai giornalai e alla loro abnegazione. Mai come adesso si scopre il valore sociale del loro impegno.
Mariella Causi - Per e-mail da Roma

Questi messaggi inviati alla rubrica “Botta & Risposta” riflettono il pensiero di chi ogni giorno deve misurarsi con i problemi creati dal coronavirus. Considerazioni ad ampio raggio con i ringraziamenti al personale sanitario e i rilievi anche critici per certi aspetti della gestione della pandemia.
Verrà il tempo dei bilanci e delle valutazioni complessive. Oggi, come scrive Stefano Amoroso, non è il tempo delle polemiche. La situazione è ancora difficile e le prove da superare sono tante. C’è un quadro economico che richiede il massimo degli sforzi per scongiurare il declino del Paese e c’è da rimettere in moto il ciclo produttivo con il conseguente recupero dell’occupazione. Impegni che richiedono il massimo dell’unità. Poi, a mente fredda, si potranno individuare meglio meriti e demeriti.

2) IL FUTURO DEI DIPENDENTI ALITALIA

Che succede all’Alitalia? Il coronavirus ha sostanzialmente messo a terra la flotta e tra i dipendenti c’è preoccupazione. La nostra compagnia tornerà a volare? Che ne sarà dei piloti e di tutto il personale?
Sono tra coloro che vivono questi giorni con angoscia. C’è il nostro Paese alle prese con una crisi mai vista e c’è la mia azienda – sì, vi lavoro da oltre un decennio – che è ormai alla resa dei conti. Speriamo bene ma c’è da tremare.
J. S. - Per e-mail da Roma

I dipendenti di Alitalia sono circa 11.500. In cassa integrazione ce ne sono 5.000. Quale sarà il loro destino? Mentre fino allo scorso dicembre erano in corso trattative per mettere in piedi un Gruppo in grado di rilevarne la gestione, ora il salvataggio dovrebbe passare attraverso una sostanziale nazionalizzazione.
Nei fatti dovrebbe nascere una Nuova Alitalia nelle mani del ministero del Tesoro con la partecipazione in qualità di esperti strategici come Lufthansa e United.
È noto che dal 2017, dopo vari passaggi di mano (dai “capitani coraggiosi” chiamati in causa dal governo di Silivio Berlusconi fino a Etihad, la compagnia di bandiera degli Emirati Arabi Uniti) lo Stato ha versato nelle casse del vettore quasi 2 miliardi di euro.
Un intervento che non è mai stato preso bene dall’Unione europea. Però proprio in queste settimane l’Ue sembra avere cambiato atteggiamento: in sostanza okay al superamento delle rigide regole relative agli aiuti di Stato e, di conseguenza, alla nazionalizzazione. Il governo, quindi, può andare avanti e assicurare un futuro alla compagnia.
Un futuro che però è tutto da costruire. Dalla rete dei collegamenti alla forza lavoro. Alitalia, insomma, tornerà a solcare i cieli. Ma verso quali scali, con quali e quanti aerei, e con quanti dipendenti? Su questi versanti la partita è ancora aperta.

3) ANCORA SUL BONUS BABY SITTING

Credo di essere nelle condizioni per richiedere i 600 euro previsti dal bonus baby sitting. Allego la mia situazione lavorativa. Ne ho diritto?
Lucia A. - Per e-mail da Roma

Sì, ne ha diritto. Ricordiamo che il provvedimento (ne abbiamo già parlato nel numero scorso di “Lavoro Facile”) rientra nel decreto “Cura Italia” legato all’emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del coronavirus. In particolare, il decreto – che vale per uno solo dei genitori che hanno figli di età non superiore ai 12 anni – si articola in due punti.
Il primo prevede un congedo indennizzato per un periodo massimo di 15 giorni a partire dal 5 marzo 2020. Possono beneficiarne i dipendenti pubblici e i genitori che lavorano in strutture private, gli iscritti alla gestione separata e gli autonomi iscritti all’Inps.
Il secondo riguarda, in alternativa, un bonus per l’acquisto di servizi di baby sitting nel limite massimo di 600 euro.
Per leggere il testo integrale del provvedimento con le modalità da seguire clicca qui.

4) APRIRE UN'ATTIVITÀ DI ACCONCIATORE

Passata la tempesta coronavirus desidero aprire un’attività di acconciatore. In che modo è possibile ottenere tale qualifica? A chi ci si deve rivolgere?
G. S. - Per e-mail da Roma

In base alla legge 17 agosto 2005, n. 174, per esercitare l'attività di acconciatore è necessario dimostrare il possesso di uno di questi requisiti: a) frequenza di un apposito corso di qualificazione della durata di 2 anni seguito da un corso di specializzazione, ovvero da un periodo di inserimento della durata di 1 anno presso un’impresa del settore, da effettuarsi nell’arco di 2 anni, e superamento di un apposito esame teorico-pratico; b) titolarità di un esercizio di barbiere iscritto all'albo delle imprese artigiane e frequenza di un apposito corso di riqualificazione; c) esperienza professionale conseguita presso imprese di acconciatura in qualità di dipendente qualificato, familiare collaboratore o socio partecipante al lavoro con un periodo lavorativo a tempo pieno di 3 anni, da effettuarsi nell’arco di 5 anni, e dallo svolgimento di un apposito corso di formazione teorica. Il periodo di inserimento è ridotto a 1 anno, da effettuarsi nell’arco di 2 anni, qualora sia preceduto da un rapporto di apprendistato.
I corsi devono essere seguiti presso scuole riconosciute dalla Regione o dalla Provincia La normativa regionale può prevedere ulteriori specificazioni.
Dal 14 settembre 2012, in base al Decreto legislativo 6 agosto 2012 n. 147 (art. 15), le Camere di commercio non rilasciano più le qualifiche professionali per acconciatori ed estetisti. Da tale data, quindi, i soggetti che intendono svolgere l'attività di acconciatore devono documentare il possesso dei necessari requisiti professionali presentando telematicamente, tramite lo Sportello unico per le attività produttive (Suap), una segnalazione certificata di inizio attività (Scia) al Comune in cui ha sede l'impresa.

5) INFORTUNI SUL LAVORO E TIROCINI

La protezione contro gli infortuni nei luoghi di lavoro riguarda anche chi svolge un tirocinio a titolo gratuito?
Marta Brindisi - Per e-mail da Roma

Secondo il Testo Unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, il lavoratore è la persona che, indipendentemente dalla tipologia contrattuale, svolge un’attività lavorativa nell’ambito dell’organizzazione di un datore di lavoro pubblico o privato, con o senza retribuzione, anche al solo fine di apprendere un mestiere, un’arte o una professione, esclusi gli addetti ai servizi domestici e familiari. Nella tutela Inail rientrano i lavoratori dipendenti, i parasubordinati e alcune tipologie di autonomi, come artigiani e coltivatori diretti.
Maggiori informazioni sul sito dell’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro: https://www.inail.it/cs/internet/home.html
Invece, per ciò che concerne il tirocinio, quello a titolo gratuito non è più previsto dalle norme in vigore e sono le Regioni (Dgr n. 112 del 22 febbraio 2018) che ne regolano lo svolgimento. La durata va da 2 mesi a 12 mesi. Nel Lazio, l’entità del rimborso minimo è di 800 euro mensili per un periodo massim0 di 6 mesi.

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1) Coronavirus. la voce dei lettori; 2) Covid-19. Grazie ai medici e infermieri; 3) Come ottenere il bonus baby sitter; 4) Dal piccolo furto al licenziamento; 5) Il costo dell’abbandono scolastico

1) CORONAVIRUS. LA VOCE DEI LETTORI

D) Forse il coronavirus all’inizio è stato preso alla leggera. Poi siamo corsi ai ripari e le misure che abbiamo adottato sono state prese da esempio. Mi pare che, tutto sommato, ci stiamo comportando bene. Una bella prova dell’Italia in un momento davvero drammatico.
Carlo Leoni - Per email da Roma

D) Ma non ci avevano detto che il Covid-19 era poco più di un’influenza? Probabilmente è stato anche questo a non suscitare subito quell’allarme che sarebbe stato doveroso. Eppure non ho sentito nessuno fare autocritica.
Cinzia Montini - Per e-mail da Roma

D) Leggo che sono decine di migliaia i controlli di polizia e carabinieri e che sono tanti coloro trovati in strada senza un motivo valido. C’è sempre gente che se ne frega delle regole nonostante il rischio di dare un’ulteriore spinta al contagio. Spero che vangano punti con severità.
Roberta F- Per e-mail da Firenze

D) L’incalzare degli eventi, il susseguirsi dei contagiati e dei morti, la ricerca delle apparecchiature sanitarie per arginare la corsa dell’epidemia e le misure da mettere in campo per salvare la nostra economia, ci hanno fatto rapidamente scordare le dichiarazioni rilasciate via via da importanti esponenti politici.
A questo punto è inutile rilanciare la polemica. Ma quando tutto sarà passato non sarà male rileggere un po’ la storia del coronavirus in Italia. Ricordo al volo che ci sono stati personaggi di primo piano che hanno bollato le prime misure restrittive come un attentato alla libera circolazione e all’economia. Salvo poi invertire la rotta e auspicare un bocco totale e impenetrabile.
Un consiglio a qualche giornalista di buona volontà: perché non prendere nota di tutto e poi scrivere un libro? Così, giusto per non dimenticare.
Claudio Sforza - Per telefono da Roma

D) Un applauso convinto al primo ministro Giuseppe Conte. Un paio di anni fa era sostanzialmente uno sconosciuto. Oggi, di fronte al cataclisma coronavirus, ha dimostrato di saperci fare riuscendo a mediare tra posizioni all’inizio anche contrastanti.
Non so quando e come finirà la sua avventura a Palazzo Chigi. Ma di sicuro si è guadagnato sul campo meriti e consensi. Tutto propellente per una futura carriera di leader politico.
Cesare Fiorini - Per e-mail da Roma

D) Un primo piano da 25 miliardi contro i danni provocati coronavirus e un altro è in arrivo. Giusto. Del resto non si poteva fare altrimenti. Anche gli altri Paesi hanno fatto lo stesso. Il punto è che sono soldi che vanno ad accrescere il nostro debito che è già astronomico.
Come e quando potremo rimetterci in carreggiata? La speranza è che siccome i problemi non sono soltanto nostri, l’Europa nel suo insieme possa adottare programmi di rilancio dell’economia che non tengano più conto dei vecchi parametri. Insomma, dalla crisi potrebbe uscire fuori un’Unione non più dominata dalle banche ma dalla politica. Utopia?
Gianni Di Bella - Per telefono da Roma

D) È anche grazie ai giornali e ai loro approfondimenti se siamo riusciti a non cadere preda delle fake news che pure in questa triste circostanza non hanno mancato di confondere e di rompere le scatole. La stampa libera resta sempre un pilastro della nostra democrazia.
Michele Filzi - Per e-mail da Roma

R) Sono molti i messaggi arrivati in redazione sul coronavirus. Li abbiamo divisi in due blocchi. Il primo, questo, comprende quelli di carattere più generale che prendono in considerazione aspetti diversi. Il secondo fa riferimento al lavoro del personale sanitario che costituisce davvero la prima linea contro la diffusione dell’epidemia.
Ci piace ricordare ciò che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha detto lo scorso 5 marzo: “Desidero esprimere sincera vicinanza alle persone ammalate e grande solidarietà ai familiari delle vittime. Il momento che attraversiamo richiede coinvolgimento, condivisione, concordia, unità di intenti nell’impegno di sconfiggere il virus: nelle istituzioni, nella politica, nella vita quotidiana della società, nei mezzi di informazione. Alla cabina di regia costituita dal governo spessa assumere – in maniera univoca – le necessarie decisioni di collaborazione con le Regini, coordinando le varie competenze e responsabilità… Dobbiamo e possiamo avere fiducia nell’Italia”.

2) COVID-19. GRAZIE AI MEDICI E INFERMIERI

- Medici, infermieri e tutti coloro che da settimane combattono sul fronte del coronavirus sono il volto migliore dell’Italia.
Loretta Spini - Per e-mail da Roma

- Il coronavirus sta mettendo a dura prova il nostro sistema sanitario. Però meno male che ce l’abbiamo. Provo un brivido pensando a quei cittadini americani che non possono pagarsi l’assicurazione e che per una semplice visita al pronto soccorso devono sborsare fino a 3.000 dollari. Difendiamo ciò che abbiamo. Anzi, se possibile, miglioriamolo.
Marcello Vietti - Per e-mail da Roma

- A chi sta operando nei nostri ospedali va tutto il mio ringraziamento. L’Italia non è tutta da buttare via. Coraggio.
R. B. - Per e-mail da Frosinone

- Infermiere stremate dalla fatica, medici che non vanno nemmeno a casa per non lasciare le corsie, volontari che si prodigano come non mai per dare una mano a chi ne ha più bisogno. È proprio bella quest’Italia dell’abnegazione e del dovere.
Marco Bucci - Per e-mail da Roma

- Grazie a tutti quanti stanno lavorando negli ospedali. Senza di loro non so che cosa sarebbe successo. Confido che i nostri ricercatori sappiano trovare il vaccino contro il coronavirus. Viva l’Italia.
Stefania Corsi - Per e-mail da Roma

- Non vanno in televisione a gonfiare il petto, non rilasciano interviste se non quando è necessario, i loro nomi sono sconosciuti ai più: eppure sono loro, i nostri medici e i nostri infermieri, che stanno salvando l’Italia. Serietà e professionalità. Tanti politici dovrebbero prendere esempio.
Ettore Marchi - Per e-mail da Roma

- Un applauso a medici e infermieri. Ricordiamoci di loro anche quando sarà passata l’emergenza del coronavirus.
Paola Mantovani - Per e-mail da Latina

- Se penso al premier britannico, Boris Johnson, che per contrastare il coronavirus ha parlato di “immunità di gregge” correndo il rischio di 250.000 morti, mi vengono i brividi. Ma in Inghilterra non ci sono scienziati capaci di mettergli il bavaglio? Una volta tanto l’Italia non deve vergognarsi.
Sandro J. - Per e-mail da Roma

- Il nostro sistema sanitario ha barcollato ma ha retto. Sono orgogliosa di essere italiana. E di avere i medici e gli infermieri che in queste settimane hanno evitato che il coronavirus spegnesse il Paese.
Claudia Ricci - Per e-mail da Roma

3) COME OTTENERE IL BONUS BABY SITTER

D) Mia moglie ed io, fortunatamente, stiamo bene e continuiamo a lavorare. I provvedimenti adottati dal governo non sono male ma si poteva fare qualcosa di più. Abbiamo un figlio di 9 anni e siamo interessati al bonus baby sitter.
Abbiamo letto il testo del decreto ma questa parte non viene spiegata nei dettagli. Che cosa si deve fare per ottenere il sussidio?
Antonio Bacci - Per e-mail da Roma

R) In effetti per ottenere il bonus baby sitter ci vuole qualche passaggio burocratico. Per esempio, siccome il versamento – dopo averne fatto richiesta al datore di lavoro – viene effettuato dall’Inps sul “libretto di famiglia” è chiaro che bisogna esserne in possesso. Si tratta di un “libretto” nominativo prefinanziato composto di titoli di pagamento il cui valore nominale è pari a 10 euro, utilizzato per compensare le attività lavorative sporadiche e saltuarie di durata non superiore a un’ora. Chi non ce l’ha può acquistarlo tramite il “portale dei pagamenti” dell’Istituto di previdenza.
In più, sia la famiglia che la baby sitter dovranno registrarsi al servizio online dedicato: https://www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?itemdir=51098.
Il bonus, che può essere utilizzato dalle famiglie che hanno figli fino a 12 anni e che è un’alternativa al congedo straordinario, ha un valore di 600 euro che sale a 1.000 euro se i genitori fanno parte del personale della sanità (medici, infermieri, ricercatori e tecnici di laboratorio).

4) DAL PICCOLO FURTO AL LICENZIAMENTO

D) È vero che un dipendente, sorpreso a commettere un piccolo furto all’interno dell’azienda presso la quale lavora, può essere licenziato in tronco?
L. M. - Per e-mail da Roma

R) A mettere fine a interpretazioni spesso divergenti è intervenuta tempo fa la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 20527/08, ha stabilito – entrando nel merito della vicenda di un dipendente sorpreso a rubare un profumo del valore di pochi euro e per questo messo alla porta – che il licenziamento è nelle circostanze legittimo, in quanto non è rilevante il valore economico del bene quando il fatto in se stesso, che è tale da compromettere il rapporto di fiducia tra datore di lavoro e lavoratore.
In sostanza – ha detto la Suprema Corte – il recesso per giusta causa adottato dall’azienda è fondato, rigettando con ciò le eccezioni presentate dalla difesa del dipendente nel tentativo di correggere l’analoga decisione contenuta nei precedenti gradi di giudizio.

5) IL COSTO DELL’ABBANDONO SCOLASTICO

D) Se è vero – come è vero – che l’ascensore sociale si è fermato ciò è dovuto, secondo me, al fatto che la scuola non è più in grado di preparare i giovani alle necessità del mondo della produzione. Fino a qualche anno fa un diploma o una laurea erano dei passaporti più che validi. Oggi se non si ha quel diploma o quella laurea si è tagliati fuori.
Per questo tanti ragazzi non riescono a trovare lavoro. La responsabilità è di chi dovrebbe fare orientamento e non lo fa (o lo fa male) e della scuola che si preoccupa solo di riempire le aule e poi che ognuno si arrangi.
Carla Simoni - Per e-mail da Roma.

R) L’ascensore sociale si è fermato perché, come è stato rilevato più volte, i giovani che provengono da famiglie ricche o comunque senza problemi di portafoglio, hanno potuto continuare a frequentare percorsi scolastici migliori e costosi in grado di garantire, al termine, una via preferenziale all’occupazione. Non è una novità però le crisi che si sono succedute hanno senza dubbio accentuato il fenomeno.
Ma c’è di più. Per esempio, negli ultimi 5 anni l’abbandono scolastico ha subito una notevole impennata tanto che dei 6.114.644 iscritti al primo anno delle superiori ben 1.744.142 non hanno concluso gli studi.
Siccome per ogni studente delle secondarie superiori lo Stato spende ogni anno circa 7.000 euro, il costo della dispersione scolastica si aggira intorno ai 27,44 miliardi di euro.
Da aggiungere il costo a perdere di chi ce l’ha fatta a prendersi una laurea ma poi si è visto costretto, per trovare lavoro, a portare le sue conoscenze in un altro Paese.

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1) Firma il contratto, però… in bianco; 2) Lavorare a Londra? Sarà più difficile; 3) Perché in polizia solo i Vfp1 e Vfp4?; 4) Artigiani e passaggio generazionale; 5) La svolta verde che crea occupazione

1) FIRMA IL CONTRATTO, PERÒ… IN BIANCO

D) Stavo per trovare lavoro presso una società. Infatti, superato il colloquio e un breve periodo di prova, mi hanno convocato per firmare un contratto a tempo determinato. Fin qui nulla da eccepire. Il bello è arrivato quando mi sono visto mettere sotto il naso un contratto completamente in bianco, senza nemmeno l’indicazione del compenso che pure era stato pattuito.
Di fronte alla mia sorpresa, i titolare non ha usato giri di parole: “Se non ti va bene, quella è la porta”. Sembra incredibile ma è proprio ciò che mi è accaduto. Che cosa posso fare?
G. D. L. - Per e-mail da Roma

R) Di fronte a questi atteggiamenti c’è da restare a bocca aperta. Com’è possibile, oggi come oggi, che ci siano dirigenti che in barba a tutte le regole, pensano di plasmare il mondo a loro immagine e somiglianza? O meglio, secondo il proprio tornaconto?
Un contratto può essere più favorevole o meno favorevole, più giusto o meno giusto, rispettoso fino in fondo dei diritti e dei doveri o meno. Chi lo ha firmato poi ne risponderà.
Ma pretendere la firma di un contratto in bianco è davvero inconcepibile oltre che illegale. C’è spazio per una denuncia al magistrato, da concordare magari con qualche sindacato. Però occorre avere le prove per affrontare un eventuale giudizio.

2) LAVORARE A LONDRA? SARÀ PIÙ DIFFICILE

D) Confesso di non avere capito bene che cosa succede adesso, con le nuove regole annunciate dal premier inglese Boris Johnson, a chi vuole recarsi in Gran Bretagna per lavoro o, magari, per imparare la lingua. O meglio, ho capito che tutto sarà più complicato.
Ma da quando si comincia? Noi italiani, che abbiamo sempre guardato all’Inghilterra con simpatia, possiamo sperare di avere una corsia preferenziale?
Sto cercando di capire perché mio figlio stava pensando, una volta preso il diploma alla fine di quest’anno scolastico, di andarsene a Londra per qualche mese. Ho telefonato anche all’ambasciata britannica ma non è che abbiano saputo chiarirmi tutti i dubbi.
Cesare Alberti - Per telefono da Roma

D) Boris Johnson ha ragione: l’immigrazione va controllata e gestista secondo gli interessi dei singoli Paesi. In questo caso della Gran Bretagna. L’Europa unita era una chimera e tale è destinata a restare.
E ci vuole più rigore sennò rischiamo di essere sommersi da chi viene da quei pezzi di mondo dove, nonostante gli aiuti profusi da anni e anni, non si riesce a cavare un ragno dal buco.
Sono convinto che anche l’Italia farebbe bene a seguire al più presto l’iniziativa del premier britannico.
Marta F. - Per e-mail da Roma

D) La libertà di circolazione è una delle conquiste più importanti dell’Unione europea. Lo strappo della Gran Bretagna proprio non mi piace…
Roberto Lippi - Per e-mail da Firenze

D) Con la Brexit l’Europa anziché andare avanti rischia di tornare indietro. Ma ormai in questa Ue c’è più confusione che altro. Si litiga su ogni cosa e trovare le convergenze è sempre più difficile.
Forse è stato un errore accogliere certe nazioni. Ma io sono un inguaribile ottimista e continuo a credere nel sogno di Altiero Spinelli e degli altri che con lui immaginavano un Continente di pace e di amicizia. Ricordiamoci che qui sono state combattute due guerre mondiali.
Fabrizio Ferri - Per e-mail da Roma

D) Se la Gran Bretagna non ci vuole più allora dobbiamo dire forte e chiaro che anche noi non vogliamo più gli inglesi. Non possiamo continuare a subire la volontà degli altri. Schiena dritta e facciamoci rispettare.
C. M. - Per e-mail da Latina

D) Ho trascorso alcuni anni a Londra dove ho lavorato e dove mi sono anche sposato. Con la famiglia sono poi rientrato in Italia ma ho ancora un buon ricordo di quel periodo. I miei figli parlano correttamente sia l’inglese che l’italiano e spesso prendiamo l’aereo per tornare a trovare parenti e amici.
A tutti dispiace ciò che sta accadendo. L’Europa senza la Gran Bretagna è un po’ meno Europa. Di fronte a tante difficoltà ci vorrebbe più coesione e più voglia di risolvere insieme i problemi che si stanno accumulando.
Carlo Minuti - Per telefono da Roma

R) La nuova legge sull’immigrazione entrerà in vigore dal 1° gennaio 2021. Fino ad allora varranno le regole attuali. Certo è che tra 10 mesi molto cambierà, soprattutto per chi intende trasferirsi per lavoro. Che cosa e come? Proviamo a vedere meglio.
I punti essenziali per ottenere il visto sono: 1) prima di partire occorre avere in tasca un contratto. Quel contratto deve essere però “qualificato”; 2) per essere “qualificato” significa che la retribuzione deve essere di almeno 1.750 sterline al mese, cioè oltre 2.000 euro; 3) ma significa anche che saranno privilegiate le professioni alte, come gli informatici specializzati, i medici, gli infermieri, i ricercatori, i matematici e gli scienziati. Comunque, il titolo di studio minimo è il diploma di scuola secondaria di secondo grado 4) occorre dimostrare la conoscenza dell’inglese; 5) a ogni requisito viene dato un punteggio. Per varcare la frontiera il punteggio deve raggiungere quota 70; 5) per avere un’idea di questa corsa a ostacoli, un’offerta di lavoro già approvata vale 20 punti, un lavoro qualificato altri 20 punti, lo stipendio minimo di 1.750 sterline al mese 10 punti, la conoscenza adeguata dell’inglese 10 punti.
Insomma, non si potrà più decidere di sbarcare a Londra perché, tanto, primo a poi un lavoro si trova. Tutto è okay soltanto se si ha la citata “qualifica” e un posto adeguatamente retribuito. Ma – come è stato messo in rilievo – per tanti giovani le porte difficilmente si apriranno. In particolare, nella ristorazione, nell’alberghiero, nell’edilizia, nell’agricoltura e nella pesca, cioè nei settori di primo impatto, dove la busta paga è decisamente più bassa del limite fissato dalla nuova legge. Tra l’altro, la ristorazione e l’alberghiero sono storicamente i riferimenti principali dei ragazzi italiani alla ricerca di un impiego in Gran Bretagna.
C’è una ragione alla base di questa misura: impedendo l’ingresso in GB di questi lavoratori, il governo di Boris Johnson pensa di raggiungere un paio di obiettivi: favorire l’occupazione degli inglesi e frenare l’immigrazione rispondendo così ai molti che hanno votato per i conservatori che poi a loro volta hanno confermato la Brexit decisa dal referendum del 2016. Andrà davvero così? I dubbi non mancano.
C’è da dire un’ultima cosa. Chi si trova già in Gran Bretagna ha il diritto di restarvi alle condizioni attuali. Ciò vale anche per quanti vi arriveranno prima del 1° gennaio 2021. Ci si deve però registrare al “settlement scheme” che è il cosiddetto “programma di insediamento”. Chi si trova in GB da più di 5 anni può ottenere la residenza permanente, gli altri potranno contare su un permesso temporaneo.

3) PERCHÉ IN POLIZIA SOLO I VFP1 E VFP4?

D) Perché ai concorsi per allievi agenti della polizia di Stato possono partecipare solo coloro che hanno fatto i volontari nelle forse armate? Una volta non era così.
Che cosa si aspetta a togliere questo requisito che a me sembra una palese discriminazione nei confronti di chi vorrebbe entrare nel Corpo ma non ha vestito la divisa di esercito, marina o aeronautica?
Marcello E. - Per e-mail da Roma

R) Fino a qualche anno fa i concorsi erano aperti a tutti. Poi, dopo la riforma della leva, si è pensato di rivolgersi ai volontari in quanto elementi già addestrati e preparati all’uso delle armi. I sindacati della polizia hanno più volte sottolineato come la preparazione degli agenti sia diversa da quella delle forze armate e che se lo scopo è quello di risparmiare sulle spese dei corsi alla fine il gioco non vale la candela.
Ad un certo momento si è però deciso di riammettere anche i non volontari, ma nei bandi di concorso è sempre raro trovare questa indicazione. Nel sito della polizia di Stato (www.poliziadistato.it/articolo/1123) la possibilità è menzionata. Nel caso specifico, oltre all’età tra i 18 e i 26 anni, è richiesto il diploma di scuola secondaria di secondo grado mentre per volontari può bastare il diploma di scuola secondaria di primo grado (ex licenza media). Oltre, naturalmente, avere svolto come volontario in ferma prefissata di 1 anno (Vfp1) il servizio per almeno 6 mesi continuativi o si sia in congedo al termine della ferma. Oppure si sia scelta la ferma volontaria di quattro anni (Vfp4) e si sia in servizio o in congedo.

4) ARTIGIANI E PASSAGGIO GENERAZIONALE

D) Da un paio di decenni sono titolare di una bottega artigiana. Faccio il falegname. Dopo tanto lavoro si avvicina il momento in cui dovrò appendere gli strumenti al chiodo e ritirami in pensione.
Mio figlio si è laureato e non ha mai pensato di prendere il mio posto. Ho provato ad addestrare qualche giovane ma con scarso successo. Eppure è un mestiere ancora ricco di soddisfazioni e di buoni guadagni.
Possibile che, quando smetterò, su ciò che ho creato (rapporti con la clientela, con i fornitori e con gli abitanti del quartiere) debba scendere definitivamente il sipario? Non mi sembra giusto. E poi ci si lamenta perché manca il lavoro!
A. D. M. - Per fax da Roma

R) Il passaggio generazionale è un problema serio che investe non soltanto gli artigiani. È però vero che è proprio questo settore a soffrire di più. I falegnami, ma anche i fabbri, gli idraulici, i fornai e così via, con sempre maggiore difficoltà riescono a passare il testimone di padre in figlio com’era , fino a non troppo tempo fa, collaudata tradizione.
Ci sono state iniziative da parte delle istituzioni locali (stage, sussidi, corsi di formazione) per frenare la tendenza. Qua e là con qualche successo, ma la situazione non è migliorata di molto.
Forse un’informazione più attenta e capillare potrebbe invogliare a tentare la strada delle abilità e dei mestieri, anche perché lo sviluppo tecnologico e le mutate esigenze della clientela hanno in parte cambiato un’operatività che si pensa fatta di sudore e di fatica.
Un consiglio ai più giovani? Prima di chiudere del tutto la porta e passare la pratica in archivio, vale la pena farci sopra una riflessione. Il comparto, a differenza di tanti altri, è sempre alla ricerca di personale.

5) LA SVOLTA VERDE CHE CREA OCCUPAZIONE

D) Se non interverranno intoppi il governo si appresta a varare il “green new deal”, vale a dire quei provvedimenti destinati a spostare l’attenzione verso uno sviluppo sempre più attento all’ambiente.
Fin qui tutto bene. Ma da dove arriveranno i soldi per finanziare il programma? Si sa che l’Italia non è messa bene in fatto di risorse finanziarie e di cose da fare ce ne sono un’infinità. Questo mi fa dubitare che alle promesse possano seguire i fatti. E sarebbe un peccato: tra l’altro, una svolta “verde” potrebbe creare un bel po’ di posti di lavoro.
Cristina Rossetti - Per telefono da Viterbo

R) In effetti il governo Conte-2 ha messo a punto una serie di misure che riguardano il clima, l’energia, il dissesto idrogeologico e l’economia circolare sulla base, anche, delle direttive dell’Unione europea.
Nella legge di Bilancio sono previsti 21 miliardi di euro in 15 anni. Ora si attende il varo definitivo della Presidenza del Consiglio che non dovrebbe tardare. Salvo, appunto, una crisi dell’attuale maggioranza e il ritorno alle urne.
È vero, il “green new deal” può essere un volano per l’occupazione. Nel 2018, per esempio, i contratti generati dalle imprese verdi sono stati 100.000 in più rispetto all’anno precedente e la tendenza dovrebbe essere confermata dai dati (di prossima pubblicazione) relativi al 2019.
Un recente rapporto elaborato da “GreenItaly” si è soffermato sulle 10 figure professionali che si sono rinnovate – e dovranno continuare a farlo – alla luce delle necessità “verdi”. Eccole: 1) il cuoco sostenibile impegnato sui prodotti a chilometro zero e sulla riduzione degli sprechi; 2) l’installatore di reti elettriche più efficienti; 3) il meccatronico per motori sempre più sostenibili; 4) l’installatore di impianti di condizionamento a basso impatto ambientale; 5) l’ingegnere energetico; 6) il promotore edile di materiali sostenibili; 7) i meccanico industriale capace di verificare l’impatto ambientale degli impianti; 8) il giurista esperto delle nuove norme ambientali; 9) l’informatico in grado di veicolare informazioni ecologiche; 10) il contabile capace di sfruttare ecobonus e sgravi fiscali legati alla protezione dell’ambiente.

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1) Lavorare e studiare in GB: e ora?; 2) Il lavoro, la Cina e il coronavirus; 3) Quegli ospedali costruiti in 10 giorni; 4) Cosa fare delle ferie non fatte?; 5) Infortuni domestici: così le tutele

LAVORARE E STUDIARE IN GB: E ORA?

D) Il premier britannico Boris Johnson ha tenuto fede agli annunci e l’Inghilterra è uscita dall’Unione europea. Prima un referendum e poi la vittoria dei conservatori alle ultime elezioni hanno sancito la separazione. 

Insomma, è stata rispettata la volontà popolare. A me, sinceramente, dispiace perché in un mondo sempre più globalizzato il Vecchio Continente può avere più voce in capitolo solo se riesce a parlare con una sola voce.
Vedremo che cosa accadrà. Intanto, ciò che vorrei capire è come deve comportarsi chi, per lavoro, vuole trasferirsi a Londra o in altre città del Regno. Che cosa è cambiato? È più facile o più difficile? Quali i diritti e quali i doveri?
Marcella Ignazi - Per telefono da Roma

R) Dallo scorso 31 gennaio la Gran Bretagna è fuori dall’Unione europea. Il distacco è la conseguenza del voto del referendum del 23 giugno 2016 che ha visto prevalere i fautori del “leave” su quelli del “remain” (51,9% contro il 48,1%).
Da allora c’è stata una lunga trattativa con l’Ue per la gestione del distacco. Questi i punti principali: 1) la GB è già fuori dalle istituzioni europee tanto che i suoi europarlamentari sono già stati sostituiti da altri dei Paesi membri; 2) Londra non parteciperà più ai vertici dell’Ue; 3) fino al prossimo 31 dicembre i rapporti commerciali con l’Unione resteranno quelli in vigore prima della Brexit; 4) nel frattempo continueranno i negoziati per definire i dettagli del divorzio; 5) Boris Johnson potrebbe chiedere, entro giugno, di prolungare questa trattativa fino al 31 dicembre 2021 ma quasi sicuramente non lo farà.
Per quanto riguarda il lavoro e gli spostamenti in Gran Bretagna, fino al 31 dicembre cambierà poco o nulla in quanto non interverranno novità nella libera circolazione. Ma dal 1° gennaio 2121 saranno necessari visti e passaporti.
E non solo. Londra ha intenzione di rendere più severo il sistema dell’immigrazione per scoraggiare l’arrivo di manodopera di basso livello e favorire quella più qualificata. In sostanza, ogni richiesta verrà valutata sulla base delle capacità professionali, della conoscenza dell’inglese e del possibile livello salariale.
Per chi già si trova in GB il quadro è più semplice ma niente è automatico perché ci si dovrà registrare al “settlement scheme”. Comunque, chi ci vive da più di 5 anni può ottenere la residenza permanente. Chi ci vive da meno tempo può richiedere un permesso temporaneo di soggiorno e poi, una volta maturati i 5 anni, avere la residenza permanente. Ciò vale anche per chi arriva in Gran Bretagna entro al fine di quest’anno.
Per gli studenti italiani aumenteranno sicuramente le rette universitarie in quanto verranno equiparati a quelli dei Paesi extra-europei. Invece, il governo britannico si è impegnato a proseguire il programma Erasmus.

IL LAVORO, LA CINA E IL CORONAVIRUS

D) Al popolo cinese, alle prese con il coronavirus, va tutta la mia solidarietà. L’epidemia mi ha comunque fatto capire molte cose di quel Paese e l’importanza che ha anche per l’Italia. Ciò, soprattutto, leggendo le preoccupazioni per la nostra economia legate agli sviluppi della malattia.
Mi chiedo quali ricadute negative saremo costretti a registrare sul fronte dell’occupazione. E mi domando se, in questi anni, sul versante del business nei confronti del gigante asiatico non ce la siamo presa troppo comoda improvvisando politiche di scarso rilievo.
I dati che circolano in questi giorni di allarme dovrebbero farci riflettere sulla mancanza di una strategia all’altezza degli equilibri mondiali.
Paolo Roversi - Per telefono da Frosinone

R) Mentre a Pechino e ovunque si sta facendo di tutto per controllare e battere il coronavirus, e mentre si continua a guardare con ansia alla sua diffusione, oltre al tema della difesa della salute c’è anche quello dell’economia, a dimostrazione di come i punti nevralgici del pianeta siano sempre più collegati e interdipendenti.
È noto il detto secondo il quale il battito d’ali di una farfalla a Pechino provocherebbe un uragano negli Stati Uniti. Con il coronavirus altro che battito d’ali… È stato calcolato che nel 2003 la Sars provocò pesanti ricadute sul sistema industriale. E allora la Cina non era quella di oggi. Ai tempi della Sars, infatti, i cinesi “valevano” su scala globale 10 miliardi di euro. Oggi sfiorano i 100 miliardi di euro.
In Italia a risentirne saranno, in particolare, il turismo, che rappresenta il 10% del nostro Pil, e la moda e il lusso che da soli valgono il 50% della nostra bilancia commerciale. Perché i cinesi che viaggiano all’estero occupano ormai stabilmente i settori alti della spesa pro-capite (prodotti di alta gamma, alberghi a 5 stelle, ristoranti di lusso, e così via). In Italia ogni anno sbarcano 5 milioni di persone provenienti dalla Cina.

QUEGLI OSPEDALI COSTRUITI IN 10 GIORNI

D) In Cina hanno costruito un ospedale in 10 giorni. Sembra impossibile. A Roma alcune scale mobili della metropolitana sono ferme da mesi…
Michele Lombardi - Per e-mai da Roma

R) In verità gli ospedali costruiti a Wuhan, la città di 11 milioni di abitanti epicentro del coronavirus, sono due: uno è stato inaugurato il 3 febbraio e l’altro il 6 febbraio. Si chiamano Huoshenshan e Lieshenshan. Hanno richiesto l’impiego di 7.000 operai.
Ognuno può ospitare un migliaio di pazienti. Vi lavorano 1.400 medici in gran parte provenienti dalle strutture militari.
Roma e la metropolitana. Roma e i rifiuti. Roma e il traffico. Roma e i giardini abbandonati. Lasciamo stare i paragoni.

COSA FARE DELLE FERIE NON FATTE?

D) Sono adetto alle pulizie presso un Comune del Lazio. Ho 50 giorni di ferie non ancora utilizzate. Posso chiedere un aumento dello stipendio?
F. P. - Formia (Lt)

R) Risponde l’avv. Valerio Antimo Di Rosa. Le ferie sono riconsciute quale diritto irrinunciabile dei lavoratori dipendenti ad un periodo di riposo per reintegrare le energie psicofisiche.
Quelle non godute possono essere solo differite entro i termini prestabiliti per legge, mentre solo in casi eccezionali – sempre previsti dalla legge – possono essere retribuite con una indennità sostitutiva.

INFORTUNI DOMESTICI: COSÌ LE TUTELE

D) Se si ha un infortunio in ambito domestico in che modo si può essere risarciti? E che cosa occorre fare per godere di questa tutela? Una mia amica è caduta mentre svolgeva delle faccende domestiche. Non si è fatta granché male ma non ha ricevuto nessuna indennità e nessuno si è fatto vivo.
Luisella Riccardi - Per telefono da Roma

R) La Legge 493/1999 (assicurazione contro gli infortuni domestici) tutela il lavoro svolto in via non occasionale, gratuitamente e senza vincolo di subordinazione, e lo equipara – per il suo valore sociale ed economico – alle altre forme di lavoro.
Ciò vale se l’infortunio domestico avviene nell’abitazione in cui vive l’assicurato, comprese le pertinenze (soffitte, cantine, giardini, balconi) e le parti comuni (terrazze, scale, androni). Anche il luogo dove si trascorrono le vacanze è considerato pari all’abitazione, purché si trovi sul territorio nazionale. L’assicurazione tutela anche gli infortuni avvenuti in attività connesse alla cura di animali domestici e a interventi di piccola manutenzione (idraulici, elettrici e così via) che non richiedono una particolare preparazione tecnica e che rientrano nell’ormai diffusa abitudine del fai-da-te.
Si ha diritto alle prestazioni economiche se l’inabilità permanente riconosciuta è tra il 27% e il 100% o se l’infortunio ha avuto come conseguenza la morte.
Si sarà notato che in queste indicazioni si parla di assicurato e di assicurazione, vale a dire che le tutele entrano in vigore se si è stipulata con l’Inail una polizza contro gli infortuni domestici che costa 24 euro l’anno. Il premio è a carico dello Stato per chi ha un reddito complessivo lordo fino a 4.648,11 euro l’anno o si fa parte di un nucleo familiare il cui reddito complessivo lordo non supera i 9.296,22 euro l’anno.
Il pagamento del premio può essere effettuato presso gli uffici postali, le banche, le ricevitorie, i tabaccai e i supermercati abilitati al servizio utilizzando il bollettino TD 451, intestato a Inail, Assicurazione infortuni domestici, piazzale G. Pastore 6 - 00144 Roma.

Per maggiori informazioni clicca qui.

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1) I diritti di chi lavora nei call center; 2) Lavoro: come scegliere l’università; 3) Voglio fare il portalettere ma...; 4) Turismo: troppi contratti precari; 5) Il “mistero” del costo delle auto; 6) Gli stipendi in Finlandia e Italia

I DIRITTI DI CHI LAVORA NEI CALL CENTER

D) Lavoro da qualche settimana in un call center dove non solo il turn over è pratica ormai consolidata (non passa settimana senza che non ci sia un vorticoso ricambio di personale) ma anche i diritti sembrano dipendere dalla buona volontà dei responsabili.
So che il settore, all’inizio quasi senza regole, è stato via via messo a norma. Però ci sono situazioni che ancora sfuggono al criterio di gestioni corrette e trasparenti. Come credo che avvenga nel mio caso nonostante mi si assicuri che tutto sia perfettamente in regola.
Mi piacerebbe saperne di più per capire come stanno le cose e decidere che cosa fare. Insomma, sono io che sto scambiando lucciole per lanterne oppure mi si sta prendendo in giro?
Marta S. - Per e-mail da Roma

R) La segnalazione della lettrice è piuttosto lunga e tuttavia mancano alcuni particolari decisivi per formulare una risposta compiuta. Per esempio: tipo di mansione (inbound o outbound), orario, livello retributivo, struttura del contratto.
Marta ha comunque ragione quando mette in evidenza che non sempre le società che operano in un comparto che ha 55.000 addetti rispettano le tutele, che pure ci sono e che sono state ulteriormente precisate grazie a un accordo tra Asstel, l’associazione confindustriale delle telecomunicazioni, e le principali rappresentanze sindacali.
L’intesa, firmata circa un anno fa, prevede una serie di punti principali: 1) agli operatori deve essere riconosciuta una retribuzione base fissa di 7 euro l’ora, al di sotto della quale si entra nell’illegalità; 2) i rapporti di lavoro di tipo subordinato, in caso di successione di imprese per cambi di appalto con il medesimo committente, devono essere riconfermati; 3) vanno valorizzate le competenze dei lavoratori attraverso idonei percorsi formativi in particolare nel campo del digitale; 4) più vigilanza sugli incentivi pubblici collegati alle assunzioni di personale per evitare concorrenze sleali; 5) le aziende committenti e fornitrici devono garantire ai collaboratori l’applicazione del contratto collettivo.
Inoltre, viene sottolineato come il sistema degli ammortizzatori sociali per quanto riguarda il settore dei call center non sia in grado di assicurare li necessario sostegno utile ad accompagnare i processi di trasformazione e per questo, e in attesa di un negoziato ad hoc, le parti si sono impegnate a costituire uno speciale fondo di solidarietà.
Ha detto Pietro Guindani, presidente di Asstel, che l’obiettivo dell’iniziativa “è di offrire risposte efficaci al cambiamento che investe tutta la filiera delle telecomunicazioni”. Per i sindacati la sfida “è di garantire un habitat in cui la competizione non avviene più sul costo del lavoro, come è stato finora, ma sulla qualità del servizio”. Per leggere il testo integrale dell’accordo clicca qui.

LAVORO: COME SCEGLIERE L’UNIVERSITÀ

D) Tra poco, con la fine di quest’anno scolastico, mio figlio terminerà il ciclo di istruzione secondaria di secondo grado e si porrà la scelta dell’università e della facoltà.
Quali sono i migliori atenei in Italia? E quale indirizzo preferire ai fini dell’occupazione? Se ne leggono e se ne scrivono tante…
Mariano Berni - Per e-mail da Roma

R) Il Censis ha elaborato una classifica delle migliori università (borse di studio, occupabilità, strutture, servizi, grado di internazionalizzazione) suddividendole in mega (più di 40.000 studenti), grandi (tra i 20.000 e i 40.000), medie (tra i 10.000 e i 20.000) e piccole (meno di 10.000).
Tra gli atenei mega al primo posto c’è l’Alma Mater Studiorum di Bologna, quindi Padova, Firenze e la Sapienza di Roma. Tra i grandi, primo è Perugia, quindi Calabria, Parma e a pari merito Campania-Vanvitelli e Chieti/Pescara. Tra i medi, Trento, Siena, Trieste e Napoli-Parthenope. Tra i piccoli, Camerino, Foggia, Cassino e Tuscia.
Tra le non statali al primo posto c’è la Bocconi di Milano seguita dalla Lumsa di Roma e dall’università di Bolzano. Tra i politecnici: Milano, Torino, Venezia e Bari.
Per il lavoro, secondo AlmaLaurea, le 10 discipline più ricercate sono quelle che riguardano il settore scientifico, poi ingegneria, medicina e professioni sanitarie, economia e statistica, giurisprudenza, educazione fisica, linguistica, agraria e veterinaria, insegnamento. Le meno gettonate sono invece quelle che orbitano nell’area umanistica.
Se poi guardiamo al di là dei nostri confini, allora la classifica è questa: Massachusetts Institute of Technology, Stanford University, Harvard, Oxford, California Institute of Technology, Swiss Federal Institute of Technology, Cambridge, University College London, Imperial College London, University of Chicago.

VOGLIO FARE IL PORTALETTERE MA...

D) A proposito di portalettere e smistatori, di tanto in tanto Poste Italiane lancia campagne di ricerca per trovare questo tipo di personale. È un lavoro che mi interessa e ho sempre inviato (o aggiornato) il mio curriculum.
Non sono mai stato chiamato. E adesso mi chiedo: sono posti veri oppure si tratta di iniziative che servono all'azienda – di fronte alle lamentele per la scarsa qualità del servizio di recapito – per dimostrare che qualcosa sta facendo?
B. U. - Per e-mail da Roma

R) Le assunzioni a tempo determinato sono reali in quanto, soprattutto durante certi periodi dell’anno, ci sono da coprire i vuoti che si aprono sia per la gestione delle ferie che per una maggiore attività di consegna. Sennò l'intero servizio andrebbe in tilt, con gravi danni per gli utenti che già adesso devono fare i conti con ritardi eccessivi e disfunzioni varie.
Quindi non si tratta di iniziative di facciata ma di opportunità di lavoro reali. Quanto al perché della mancata chiamata è difficile dire. Certo, le domande che affollano il data base di Poste Italiane sono sempre migliaia e, di conseguenza, il rischio di restare fuori esiste. Comunque, le selezioni sono gestite dalla funzione Risorse umane dell'azienda, che contatta telefonicamente i profili ritenuti interessanti attraverso una prima analisi dei curricula registrati nella pagina web e-Recruiting.
Con la telefonata di convocazione, si riceve anche l'invito a presentarsi al colloquio, forniti di una serie di documenti. Che sono: un documento di identità (la patente di guida valida, per chi effettuerà il lavoro di portalettere), il certificato penale di data non anteriore a 3 mesi, il certificato degli studi compiuti, i certificati di nascita, di cittadinanza, di residenza, lo stato di famiglia (l’interessato dovrà comunicare anche l’eventuale domicilio fiscale se diverso dalla residenza), la copia del codice fiscale e un certificato medico dal quale risulti l’idoneità al lavoro.

TURISMO: TROPPI CONTRATTI PRECARI

D) Il turismo in Italia va bene, le presenze sono aumento e l’industria dell’accoglienza ha chiuso il 2019 in attivo. Anche le opportunità di lavoro sono cresciute. Però gran parte delle offerte sono a tempo determinato e ciò crea non poche difficoltà a chi opera nel settore. Per esempio, è quasi impossibile ottenere un mutuo, e anche decidere di mettere su famiglia non è semplice.
Gli imprenditori dovrebbero avere maggiore coraggio e investire di più sui collaboratori. Personalmente conosco tre lingue, ho una buona esperienza come receptionist eppure non riesco ad avere quella stabilità contrattuale che mi consentirebbe una vita senza l’ansia che mi prende tra la conclusione di un impegno e l’inizio di un altro.
R. M. - Per e-mail da Roma

R) Il turismo è uno di quei comparti stagionali per eccellenza con picchi e pause che si susseguono secondo un calendario collaudato. Ma qualcosa non è più come prima. Le crisi nel mondo e le turbolenze politiche hanno messo con le spalle al muro alcuni Paesi di grande richiamo come l’Egitto, la Turchia e intere aree del Sud-Est asiatico. Ciò ha spostato ancora di più i flussi verso l’Europa, e in particolare verso l’Italia, tanto che i pernottamenti nei mesi appena passati hanno subito una sensibile impennata.
Nella classifica delle nostre città più visitate Roma continua a precedere tutte le altre. Interessante è anche il fatto che i cosiddetti “elementi di attrattività” stanno cambiando, e all’arte e alla cultura si stanno affiancando la moda, il lusso e lo shopping. Una tendenza di cui occorrerà sempre più tenere conto.
All’interno di questo quadro positivo resta il problema reale segnalato da R. M. Soprattutto alla luce di una stagionalità sensibilmente ridotta dagli arrivi ormai spalmati nel corso dell’interno anno.

IL “MISTERO” DEL COSTO DELLE AUTO

La mia segnalazione con il lavoro non c’entra ma riguarda tutti noi in quanto consumatori. Mi riferisco agli spazi promozionali che molti concessionari di automobili pubblicano sui quotidiani dove, a piede di pagina, ci sono quasi sempre le condizioni economiche di acquisto che, per chi è interessato, rappresentano la parte più interessante.
Giusto e commercialmente corretto perché così ci si può rendere conto subito se abbiamo in tasca i soldi necessari. Il fatto è, però, che questo tipo di informazione è praticamente illeggibile se non si è muniti di una lente di ingrandimento: il testo è microscopico e se anche si ha la vista di un’aquila è difficile arrivare in fondo alla riga e poi passare a quella successiva.
Siccome sarebbe facilmente ovviare all’inconveniente, devo dedurne che è una scelta ben ponderata. Non ne capisco il motivo, ma così è. E poi, dal momento che il costo del denaro è praticamente a zero trovo che gli interessi sulle rate sono troppo alti.
Cesare Sarti - Per telefono da Roma

GLI STIPENDI IN FINLANDIA E ITALIA

D) Nel corso di una trasmissione radiofonica della Rai ho sentito che in Finlandia il primo stipendio di un laureato oscilla intorno ai 3.000 euro. Perbacco! Qui da noi un ragazzo che ha appena finito l’università, se riesce a trovare un impiego, deve accontentarsi di tirocini o di part time dai quali se ricava 600-700 euro è grasso che cola.
E poi ci si meraviglia dei tanti giovani che fanno la valigia e se ne vanno all’estero. Dove, se sei capace, non devi sgomitare con chi è meno bravo di te e magari vedertelo passare avanti perché ha una raccomandazione in tasca.
Questa è l’Italia. Speriamo che con il 2020 qualcosa possa cambiare. In meglio e non in peggio.
Livia Colletti - Per e-mail da Roma

R) La Finlandia è tra i Paesi “più felici al mondo”. Lo ha stabilito, un paio di anni fa, il World Happiness Report pubblicato dall’Onu sulla base di una serie di indicatori tra cui lavoro, reddito, istruzione, libertà, fiducia nelle istituzioni, qualità della vita.
Tra l’altro, dallo scorso dicembre, alla guida del governo di Helsinki c’è Sanna Mirella Marin che a 34 anni è diventata la prima ministra più giovane al mondo. È del partito socialdemocratico ed è alla guida di una coalizione di quattro partiti di centrosinistra tutti guidati da donne. Tra i nuovi ministri uno solo supera l’età di 35 anni.
Recentemente Sanna Marin ha proposto che la settimana lavorativa sia di 4 giorni per 6 ore al giorno: “Così ci sarà più tempo per la famiglia”.
I paragoni con l’Italia sono quindi improponibili, se non sul versante delle tasse che sui redditi sono molto alte (fino al 42%) anche a Helsinki. Ma in cambio c’è un welfare che funziona e che garantisce servizi di qualità.
C’è però da tenere presente – per calcolare bene entrate e uscite – che lassù il costo della vita è decisamente più elevato (generi di prima necessità, abbigliamento, trasporti pubblici, ristoranti): per un cappuccino e una brioche si possono spendere 7-8 euro contro i nostri 2-2,50.

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1) Da luglio buste paga più pesanti; 2) Matrimonio e giorni di permesso; 3) La voglia di mettersi in proprio; 4) Che cos’è il contratto a chiamata?; 5) Lazio da buttare? Proprio no; 6) Alitalia: ecco chi paga il conto

1) DA LUGLIO BUSTE PAGA PIÙ PESANTI

D) Ogni promessa è debito, dice un vecchio proverbio che però non vale per chi sta al governo. Con l’inizio dell’anno gli stipendi dovevano essere più consistenti per non so quale provvedimento.
Ma a oggi non mi pare che questa sia l’aria. Non se ne parla più e anche questo annuncio, come tanti altri, è destinato a passare in cavalleria.
Lillo Crosti - Per e-mail da Roma

R) Il lettore fa evidentemente riferimento al taglio del cuneo fiscale che, riducendo le trattenute in busta paga in favore dei dipendenti, consentirà un aumento del percepito.
La misura sarebbe dovuta entrare in vigore con l’avvio del 2020, ma così non sarà perché scatterà a partire dal prossimo luglio. Il motivo sta nelle risorse che il governo ha inserito nella Legge di Bilancio: 3 miliardi di euro al posto dei 5-6 previsti prima che cominciasse il confronto tra i partiti e in Parlamento.
A beneficiarne saranno circa 15 milioni di lavoratori con reddito tra gli 8.000 e i 35.000 euro. L’importo andrà a sommarsi al bonus Renzi.
L’Italia, in ambito Ocse, è il terzo Paese con il cuneo fiscale più alto: 47,9%. Vale la pena ricordare che a questa percentuale si arriva con i contributi previdenziali del 31,2% e le imposte personali del 16,7%.
Anche le imprese si aspettavano di rientrare nella riforma. Invece dovranno aspettare il 2021 quando le risorse stanziate saliranno a 5 miliardi di euro.

2) MATRIMONIO E GIORNI DI PERMESSO

D) Su quanti giorni di permesso, contrattualmente, può contare un dipendente che si sposa? Quando e come si deve avvertire l’azienda?
Alba Mirante - Per e-mail da Roma

R) In occasione del matrimonio la legge (per gli impiegati) e i contratti collettivi (per le altre categorie) assicurano al dipendente l’utilizzo di permessi retribuiti.
Per gli impiegati la durata minima di tali permessi è fissata dalla legge in 15 giorni, fatte salve eventuali e migliori condizioni contrattuali. Per le altre categorie occorre consultare i rispettivi contratti di lavoro.
In genere, il congedo per matrimonio deve essere richiesto con un certo preavviso, mentre al rientro deve essere consegnata al datore di lavoro, entro 60 giorni, la certificazione delle avvenute nozze.
Il permesso è utile ai fini del calcolo del Tfr ed è prevista la maturazione regolare delle mensilità aggiuntive e delle ferie.

3) LA VOGLIA DI METTERSI IN PROPRIO

D) Sono convinto che il crescente desiderio di mettersi in proprio sia dovuto quasi sempre alla difficoltà di trovare un lavoro di tipo subordinato.
Avviare un'azienda non è uno scherzo e i rischi sono sempre elevati, soprattutto in una fase di profonda difficoltà dell'economia. E poi, che futuro strategico può avere un Paese con un esercito di microimprenditori e con una grande industria che continua a perdere colpi?
Rino Filippi - Per telefono da Roma

R) In effetti, l'Italia è tra i Paesi europei quello con il più alto numero di lavoratori in proprio e senza dipendenti. Un fenomeno che, in particolare, vede protagonisti i giovani per i quali – è stato più volte sottolineato – si tratta di una strada spesso obbligata ma non priva di rischi in quanto, a causa delle dimensioni ridotte dell’impresa, si è più esposti alla volubilità del consumi.
Il punto è proprio questo: un po' per necessità e un po' perché essere padroni del proprio destino è indubbiamente affascinante, fatto sta che la tendenza continua ad essere consistente. A volte con esiti positivi, a volte meno.
Su questa lunghezza d'onda, da qualche anno, si sono inserite le proposte legate al franchising che possono ridurre proprio i rischi di cui sopra. La formula è nota: c'è una casa madre che mette a disposizione il proprio marchio e la propria esperienza, e c'è l'affiliato che decide di utilizzare questo background per non vedersela da solo con il mercato.
Una combinazione che è riuscita a proporsi come valida alternativa al tradizionale mettersi in proprio. Certo, imprenditori non ci si improvvisa ed è comunque sbagliato andare allo sbaraglio contando unicamente sulla buona stella.
Resta in piedi il discorso della grande industria alla quale un Paese che vuole essere di primo livello non può rinunciare. Anche perché è da qui che dipende la ripresa dell'occupazione.

4) CHE COS’È IL CONTRATTO A CHIAMATA?

D) Ormai non mi stupisco più di nulla. Pochi giorni fa, dopo che ne avevo fatto richiesta, mi hanno chiamato per un colloquio di lavoro che si è svolto più o meno come tutti gli incontri di questo tipo: chiacchierata sul titolo di studio, esperienze, conoscenza delle lingue, disponibilità.
La sorpresa è arrivata alla fine quando mi hanno proposto un contratto a chiamata. Sono caduto letteralmente dalle nuvole. Non ne avevo mai sentito parlare e quando ho chiesto spiegazioni ho capito di avere messo un piede in fallo. Infatti, mi hanno subito salutato dicendo che mi avrebbero fatto sapere. Da allora più niente. Ma che diavolo è questo contratto a chiamata?
Cristiano M. - Per e-mail da Roma

R) Si tratta di un contratto che non ha avuto – e non ha – troppa fortuna. Nato nel 2003 è stato poi ridefinito nell’ambito del Jobs Act nel tentativo di renderlo più spendibile sul mercato del lavoro. Però a oggi è tra le forme contrattuali meno utilizzate. E la ragione è semplice.
A parte che si rivolge solo a chi ha meno di 24 anni o più di 55, c’è però da dire che il meccanismo di applicazione è tanto particolare che, alla fine, rischia di scontentare un po’ tutti. Perché, se è vero che rientra tra i rapporti cosiddetti intermittenti, ci sono alcune modalità che vanno vagliate con attenzione.
Intanto, la definizione di “chiamata” significa proprio che si deve restare in attesa della convocazione da parte del datore. E qui c’è già un primo distinguo in quanto si deve fare attenzione se nel contratto è previsto l’obbligo di risposta. Se c’è, non ci si può rifiutare tanto che in caso di malattia o di altri impedimenti il lavoratore deve avvisare tempestivamente l’azienda. In caso di inadempienza si rischia di perdere l’indennità di disponibilità per i successivi 15 giorni.
Già, ma che cos’è l’indennità di disponibilità? È il contributo fisso che il datore paga al lavoratore per averlo obbligatoriamente a portata di telefono. L’ammontare non può essere inferiore al 20% della retribuzione minima mensile prevista dal Ccnl della categorie di riferimento, con i relativi contributi Inps e Inail. La retribuzione, invece, è legata solo all’effettiva prestazione. Punto e basta.
Se nella lettera di assunzione non c’è l’obbligo di risposta allora si è in presenza di un generico impegno tra le parti che, comunque, non obbliga il datore a chiamare il lavoratore né il lavoratore a rispondere.
Prima dell’inizio di una prestazione non superiore a 30 giorni, il datore deve darne comunicazione dall’Ispettorato territoriale del lavoro competente. In caso di inadempienza, il datore rischia una sanzione amministrativa da 400 a 2.400 euro.
Il contratto a chiamata non può essere utilizzato per la sostituzione di dipendenti in sciopero e da aziende dove nel semestre precedente vi siano stati licenziamenti collettivi, siano in corso riduzioni dell’orario o vi sia del personale in cassa integrazione.

5) LAZIO DA BUTTARE? PROPRIO NO

D) Ogni giorno ce n’è una nuova e quasi mai positiva. Mi riferisco all’occupazione nel Lazio – è la mia Regione perché vivo a Roma – che sta attraversando un periodo nerissimo. Alla crisi eterna dell’Alitalia e a quella più recente di Multiservizi, si è sommata le chiusura a Pomezia dello stabilimento Sammontana. Per non parlare dei tantissimi negozi costretti ad abbassare le saracinesche di fronte alla diminuzione dei consumi e alla concorrenza della grande distribuzione e dell’e-commerce.
Che cosa fare? Preparare la valigia e scappare da qualche parte, magari all’estero, oppure restare e assistere al definitivo naufragio della Capitale? Non voglio fare la catastrofista ma in giro non vedo segnali di speranza.
Marta Roversi - Per e-mail da Roma.

R) La crisi è reale e in ballo ci sono migliaia di posti. Alle aziende citate si potrebbero aggiungere gli impianti dell’Enel di Civitavecchia in fase di riconversione e gli esuberi preannunciati da Unicredit che nel Lazio ha quasi 300 filiali e circa 5.000 dipendenti. E via elencando.
Sono davvero troppi coloro che ogni giorno vanno a lavorare con il batticuore non sapendo che cosa c’è dietro l’angolo. Ma secondo un rapporto appena presentato da Banca d’Italia non tutto è da buttare. Anzi. Nella prima parte del 2019 il Lazio è, infatti, cresciuto più del resto del Paese grazie al settore dei servizi, legato soprattutto al turismo, e all’industria farmaceutica che con le esportazioni ha fatto un balzo in avanti del 64,4%.
Inoltre, da gennaio a giugno l’occupazione è aumentata a un ritmo analogo a quello nazionale e la disoccupazione si è attestata al 10,8% (-0,3% rispetto al 2018). Sono diminuite anche le ore di cassa integrazione (-3,2%). A soffrire sono alcuni comparti, in primo luogo quello delle costruzioni, e anche gli investimenti continuano a segnare il passo.
Più in particolare, ciò che ormai sembra scomparso definitivamente dai radar è un progetto di sviluppo di medio-lungo periodo che rimetta Roma e il Lazio al centro dell’attenzione delle imprese nazionali e internazionali che hanno soldi da impiegare e che però hanno smesso di credere in una Capitale che ha smarrito il bandolo strategico della matassa.
È ciò che ha detto Gerardo Iamunno, presidente delle Piccole industrie di Unindustria: “In molte aree della nostra Regione mancano le infrastrutture necessarie alle imprese per crescere. Come la Roma-Latina, la Orte-Civitavecchia, la Cisterna-Valmontone e il porto di Civitavecchia che ha bisogno di maggiori collegamenti ferroviari e stradali con il resto del territorio”.

6) ALITALIA: ECCO CHI PAGA IL CONTO

D) Tenere in vita Alitalia ci costa 1 milione di euro al giorno. I prestiti ponte si susseguono così come i piani di salvataggio e i commissari chiamati a gestire una situazione eternamente disperata.
Ciò che mi scandalizza, più dei soldi buttati dalla finestra, è come mai in tanti anni non siamo riusciti a tirare fuori uno straccio di piano industriale, nonostante tanti proclami, squilli di tromba e “capitani coraggiosi” vari.
E poi: è mai possibile che nessuno sia stato chiamato a rispondere di simile inefficienza? Alla fine, come al solito, a pagare saranno i dipendenti…
Nino Costanzi - Per e-mail da Roma

R) Pare incredibile ma così stanno le cose. Pochi giorni fa è stato nominato un altro commissario, Giuseppe Leogrande, che dovrà tentare di risolvere il rebus. Avrà tempo fino a giugno e per farlo andare avanti il governo verserà nelle casse dell’ex compagnia di bandiera altri 400 milioni di euro.
Da quello che si sa, l’intenzione di Leogrande sarebbe di creare una “bad company” nella quale riversare tutte le criticità (debiti, personale in più, contenziosi) in modo da tenere a battesimo una nuova Alitalia da offrire a una cordata di acquirenti (forse Lufthansa, Atlantia e Cdp).
Sul terreno dovrebbero rimanere 2.500 lavoratori (nelle precedenti trattative Delta e Lufthansa ne avevano chiesti 6.000) per i quali dovrebbero scattare una serie di ammortizzatori sociali come prepensionamenti, “scivoli” per favorire al massimo le uscite, solidarietà espansiva, e così via.
Comunque, è vero: i protagonisti di tanti disastri se ne sono andati indisturbati. Spesso con importanti liquidazioni.

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