Giovedì, 23 Febbraio 2023

Le domande dei lettori, le risposte degli esperti. N. 3/2023

1) Strutture pubbliche dimenticate? Sembra di sì, e non va bene. 2) Se la busta paga non corrisponde a quella del contratto. 3) Lavoro e scuola: con più autonomia alle Regioni, che cosa succede? 4) Accredito della pensione: problemi se non si aggiornano i dati. 5) Ho una laurea, sono bravo ma ai colloqui non so “vendermi.

STRUTTURE PUBBLICHE DIMENTICATE? SEMBRA DI SÌ, E NON VA BENE

Che fine hanno fatto i concorsi? Ne dovevano essere banditi per migliaia di posti (anche voi di “Lavoro Facile” ne avete parlato più volte) ma non se ne vede traccia se non per qualche iniziativa minore di qualche Ente. Ma la pubblica amministrazione non doveva essere rilanciata per metterla in condizione di assolvere anche ai compiti indicati nell’ormai famoso Piano nazionale di ripresa e resilienza?
A me sembra che si stia andando incontro a una situazione non certo incoraggiante: meno posti di lavoro rispetto a quelli attesi (almeno sulla carta) e tagli all’entità degli assegni provenienti dall’Unione europea nell’ambito del Next Generation Eu.
Luca Carlini - Per e-mail da Roma

Non siamo ancora ad un punto così critico, ma certo una mossa dobbiamo darcela. Nell’ultima Legge di Bilancio c’è l’impegno a rafforzare le strutture della pubblica amministrazione per centrare anche gli obiettivi pervisti proprio dal Pnrr.
Nei giorni scorsi “Il Sole-24 Ore”. Il quotidiano vicino a Confindustria, ha scritto di “Pa dimenticata” sottolineando che in Italia “quest’anno il costo del lavoro pubblico sarà pari al 9,6% del Pil” mentre “nella Francia, tradizionalmente in vetta a questo tipo di classifiche, la stessa voce raggiunge il 12,3% del prodotto, quota seconda solo a quella toccata nei nordici (e piccoli) Paesi come Danimarca, Belgio e Finlandia, In Spagna la spesa per il personale pubblico arriva all’11,5% del Pil e anche Portogallo e Grecia, nonostante le violentissime crisi di finanza pubblica vissute una quindicina di anni fa, si attestano sopra al 10%”. Sotto questa soglia, oltre all’Italia, “si incontrano Romania, Olanda e Irlanda. E una Germania dove però il Pil è doppio rispetto a quello italiano”.
C’è di che riflettere e, soprattutto, di agire. Se si tiene presente che nei Comuni, tra il 2007 e il 2021, si sono persi circa 110.000 dipendenti, che nella Sanità la mancanza di personale sta creando disfunzioni spesso drammatiche, e che in molti ministeri la situazione non è migliore, si comprende come i concorsi non possono più tardare. Tanto più che le assunzioni sono già state quantificate e approvate (almeno sulla carta).

SE LA BUSTA PAGA NON CORRISPONDE A QUELLA DEL CONTRATTO

Sono un giovane straniero con permesso di soggiorno per motivi di studio. Ho lavorato presso un albergatore toscano con un contratto, secondo il Ccnl delle aziende alberghiere, a tempo indeterminato part time del 50. Ma questo solo sulla carta, perché in realtà il mio datore mi ha proposto di lavorare per la sua agenzia di viaggi – che si trova all’interno dell’hotel – con orario full time. Il tutto per uno stipendio di 1.000 euro al mese mentre in busta paga ne figuravano 573.
il peggio è che dopo 6 mesi di lavoro, gli ultimi due non mi sono stati retribuiti. Allora ho rassegnato le dimissioni. Ora ho l’impressione che – se tutto andrà bene – il massimo che posso ottenere saranno i 573 euro mensili “ufficiali” e non i 1.000 come da accordi.
Lo so che ho sbagliato ad accettare una situazione poco chiara, però era l'unico modo per potermi mantenere agli studi. Come posso rivendicare i miei diritti? E se poi non mi rinnovano il permesso di soggiorno?
Aggiungo che ogni volta che mi veniva pagato lo stipendio concordato di 1.000 euro, iI mio datore mi faceva firmare una ricevuta di pari importo, e con tanto di riferimento alla mensilità, ad uso della contabilità interna. Di questo, però, non ho fotocopie né altra documentazione sotto mano.
S. G. - Per e-mail da Roma

La questione proposta dal lettore si presta ad un duplice ordine di considerazioni.

1) Il lavoratore potrebbe ricorrere al Giudice del Lavoro per ottenere un decreto ingiuntivo di pagamento sulla base delle buste paga figurative per chiedere sia gli ultimi due mesi sia il Tfr, ferie e permessi residui se non corrisposti. Questa è una via preferenziale perché il provvedimento del Giudice si ottiene senza contraddittorio, evitando così il processo (a meno di opposizione del datore di lavoro). In questo caso non servirebbe neanche un conteggio di un consulente del lavoro, data l'immediata intelligibilità delle buste paga.

2) Il lavoratore ricorre al Giudice del Lavoro per ottenere il corrispettivo di quanto effettivamente lavorato. In questo caso deve affrontare un procedimento ordinario, con udienze da svolgere, e dovrà provare il suo assunto con prove sia documentali, se ne è in possesso, che testimoniali. Nella fattispecie descritta ben potrebbe il lavoratore chiedere al Giudice di ordinare l'esibizione al datore delle proprie scritture contabili, se le stesse attestano la corrispondenza di importi maggiori rispetto a quelli di cui alle buste paga. In questo caso sarebbe opportuna l'elaborazione di un conteggio da parte di un consulente.

LAVORO E SCUOLA: CON PIÙ AUTONOMIA ALLE REGIONI, CHE COSA SUCCEDE?

Non è semplice vedere che cosa bolle nella pentola del governo perché ogni giorno salta fuori qualche dichiarazione o qualche indiscrezione su ciò che starebbe per accadere. E ancora più difficile è provare a fare un po’ di conti per capire se ci si rimette o ci si guadagna.
Per esempio, per quanto riguarda la scuola e la sanità la riforma sull’autonomia delle Regioni è un passo in avanti? Ci sarà più istruzione qualificata per i giovani e più disponibilità negli ospedali per tutti? Non sarebbe male dal momento che questi due fondamentali settori non se la passano troppo bene. Io sono tra gli ottimisti…
Marco G. - Per telefono da Roma

È vero quanto sostengono alcuni che dando più potere alle Regioni si finirà per creare tanti piccoli Stati all’interno dello Stato? Se così fosse sarebbe un bel guaio.
Lina Corsi - Per e-mail da Roma

Per quanto riguarda il lavoro che cosa comporta l’autonomia regionale? Ci sarà un miglioramento oppure il contrario? Ho provato a informarmi, ma spesso mi sono imbattuto nell’acronimo Lep, e allora mi sono arreso…
Stefano Corsi - Per telefono da Roma

All’indomani dell’approvazione da parte del Consiglio dei ministri della bozza Calderoli sull’autonomia differenziata delle Regioni, sono arrivate in redazione e-mail e telefonate di chiarimento ben rappresentate da queste tre che abbiamo deciso di pubblicare. L’argomento è poi passato in secondo piano perché altri eventi hanno occupato la ribalta: il terremoto in Siria-Turchia, la possibilità di un’ulteriore escalation della guerra in Ucraina, le vicende legate allo sciopero della fame dell’anarchico Alfredo Cospito, le elezioni per il rinnovo dei governatori in Lazio e Lombardia, e così via.
Però i lettori che hanno voluto esprimere le loro considerazioni hanno ragione. Tanto che il capo del governo, Giorgia Meloni, ha detto che l’obiettivo dell’iniziativa è “costruire un’Italia più unita e più coesa” che consentirà di superare gli “attuali divari” e che consentirà alle Regioni “di gestire direttamente materie e risorse per dare ai cittadini servizi più efficienti e meno costosi”.
Ma – al di là della soddisfazione del governo perché “stiamo rispettando il mandato avuto dai cittadini” – come stanno le cose? E quando la riforma che porta il nome del ministro degli Affari regionali potrà entrare in vigore? Vediamo.
Se tutto filerà liscio, se cioè le Regioni riusciranno a definire i Livelli essenziali di prestazione (ecco i Lep che hanno fatto alzare bandiera bianca a Stefano Corsi), entro quest’anno uno dei passaggi principali dovrebbe essere concluso. A quel punto, dopo il via libera definitivo del Consiglio dei ministri, la palla dovrebbe passare ai due rami del Parlamento chiamati a esprimersi sull’intesa preliminare raggiunta tra lo Stato e ciascuna Regione.
Insomma, il cammino del disegno di legge Calderoli è ancora lungo, e non si può escludere che alla fine l’intera normativa possa essere sottoposta a referendum.
Questo per ciò che si riferisce all’iter. Nel merito, i critici del Ddl hanno sottolineato come per la scuola c’è la possibilità di una differenziazione degli stipendi, più alti al Nord, con il rischio per il Sud di un ulteriore impoverimento del personale attratto dalle buste paga più consistenti, cosa che potrebbe valere pure per la salute anche se lo Stato è tenuto a garantire a tutti i cittadini le stesse prestazioni e gli stessi servizi sanitari.
Eccetera, eccetera. Che cosa pensano due degli attuali presidenti di Regione? Luca Zaia (Veneto): “È una bellissima notizia. Stiamo scrivendo una vera e propria pagina di storia”. Stefano Bonaccini (Emilia-Romagna): “La bozza Calderoli è sbagliata e quindi non se ne farà nulla. Abbiamo già un Paese a troppe velocità diverse”.

ACCREDITO DELLA PENSIONE: PROBLEMI SE NON SI AGGIORNANO I DATI

Ho cambiato banca e quindi anche i riferimenti per l’accredito della pensione. Non tutto, però, è filato liscio come mi avevano assicurato, tanto che ho dovuto correre ad aggiornare qualche dato.
Perché al momento di avviare la pratica non mi hanno avvertito di controllare ciò che andava controllato? Fatto sta che è saltato il primo versamento della pensione, poi recuperato il mese successivo. Ma, intanto, trovarmi senza i soldi dell’accredito non è stato piacevole.
A. A. - Per telefono da Roma

Può capitare se nel corso degli anni, per esempio, si è cambiato domicilio o ci si è dimenticati di comunicare altre variazioni rispetto a quelle segnalate all’apertura del conto. Per quanto riguarda l’Inps, ovviamente non ci sono problemi se i pensionati vogliono modificare l’Iban però bisogna effettuare alcune semplici operazioni. Per conoscerle clicca qui.

HO UNA LAUREA, SONO BRAVO MA AI COLLOQUI NON SO “VENDERMI”

Nella ricerca di un lavoro mi sono spesso trovato in difficoltà. I titoli di studio non mi mancano ma non riesco a farli fruttare. C’è chi mi ha detto che, oltre alla laurea, occorre imparare a “vendersi”, nel senso di sapersi muovere nei confronti degli interlocutori per convincerli della validità del curriculum.
A me sembra insensato. Insomma, possibile che debba contare più l’apparire che l’essere?
Mario R. - Per e-mail da Roma

Alla fine, sarà sempre l’essere ad avere la meglio. Ma non c’è dubbio che all’inizio – cioè al momento dei primi contatti e dei primi colloqui – l’apparire può giocare un ruolo importante.
È stato scritto, in proposito, che una delle usanze più tipiche del mondo militare è quella di attribuire un motto ad ogni unità di combattimento, al fine di condensare in un’unica frase lo spirito che la deve animare. Ebbene, molte compagnie di fucilieri assaltatori hanno per massima “Mai passare inosservati”, volendo con ciò sottolineare l’importanza di una attiva a intraprendente politica di auto-propaganda nell’ambiente circostante.
In una certa misura questo può valere anche per il mondo del lavoro: in una complessa società come l’attuale, dove si fronteggiano quotidianamente un’infinità di “competitori”, chi rimane nell’ombra non riuscendo a farsi una sufficiente pubblicità, ha meno possibilità di raggiungere il successo.
È chiaro, allora, che chi è intenzionato a trovarsi un impiego deve in qualche modo cercare di rendersi interessante e di reclamizzarsi, uscendo dalla moltitudine anonima. Attendere semplicemente che la montagna si rechi da Maometto, cioè che il posto di lavoro arrivi per una fortunata circostanza, è decisamente cosa poco saggia. Molto più proficuo, invece, è che Maometto si rechi alla montagna, ovvero che sia l’aspirante stesso ad adoperarsi affinché il suo nominativo venga portato a conoscenza del numero maggiore possibile di persone dell’ambiente nel quale intenderebbe operare.
È giusto? Non è giusto? Il dibattito è aperto.

Letto 300 volte Ultima modifica il Giovedì, 23 Febbraio 2023 14:32

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