Giovedì, 09 Giugno 2022

L’Editoriale. Perché solo in Italia gli stipendi diminuiscono

Adesso che l’inflazione ha tirato giù il potere d’acquisto degli stipendi e ha riportato il “peso” delle buste paga al centro del dibattito, c’è chi si è affrettato a dire che con la difficile situazione economica determinata prima dalla pandemia Covid e poi dalla guerra in Ucraina sarebbe un errore avviare una rincorsa tra il rialzo dei salari e il rialzo dei prezzi.
Chi se ne intende sa che è un pericolo da scongiurare. Èd è vero. Ma la domanda è: se oggi, nella situazione data, le cose stanno così perché non ci si è pensato prima a trovare una soluzione? Già, perché in Italia il livello degli stipendi, nonostante i rinnovi contrattuali, è stato messo quasi sempre in un angolo: “Ora facciamo così, poi si vedrà”. E ai sindacati sono stati fatti arrivare messaggi del tipo: “Non tirate troppo la corda”. Anche quando il Pil marciava benino e la questione era come ripartire la ricchezza in maniera più equa. Insomma, se c’è da spartire qualcosa facciamo in modo che quel qualcosa entri nelle tasche di tutti.

Occorre fare bene attenzione perché quanto sopra non è il riassunto di un convegno o di un talk show, ma sta scritto in un rapporto che l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, cioè non proprio l’ultima arrivata in materia di finanza e di economia di mercato, ha pubblicato di recente. Dove, a proposito di stipendi, la variazione tra quelli del 1990 e quelli del 2020 è impietosa per l’Italia.
Nel nostro Paese, infatti, c’è stata una diminuzione del 2,90%. Caso unico in Europa perché tutti gli altri hanno davanti il segno più: Svezia +63%, Danimarca +38,70%, Germania +33,70%, Francia +31,10%, Grecia + 30,50%, Belgio +25,50%, Austria +24,90%, Paesi Bassi +15,50%, Portogallo +13,70%, Spagna +6,20%. Per non parlare di Lituania +276,30% e Polonia +96,50% partite però da posizioni molto basse dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Dentro questo perimetro ci sono i discorsi del salario minimo (appena adottato dalla Ue) e dell’adeguamento degli stipendi, di cui abbiamo parlato in questa rubrica nel numero scorso di “Lavoro Facile”. Ci torniamo perché una soluzione va trovata.
Il primo ministro, Mario Draghi, ne è consapevole, tanto che pochi giorni fa, di fronte alla platea del XIX congresso della Cisl, ha affermato che “occorre favorire la crescita economica, tutelare i diritti dei lavoratori, difendere i salari”. Magari mettendo intorno al tavolo governo, sindacati e imprese affinché, senza entrare nella spirale inflazionistica, si possano aumentare le buste paga, aumentare la produttività e abbattere la precarietà.
Siccome non siamo in un talk show e siccome di mezzo c’è la stabilità sociale del Paese, quel tavolo va convocato al più presto. E da quel tavolo devono uscire risposte concrete. Quella tabella dell’Ocse è una vergogna.

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