Giovedì, 13 Gennaio 2022

Le domande dei lettori, le risposte degli esperti. N. 1/2022

1) Noi navigator paghiamo gli errori fatti da altri. 2) Sono mamma e mi chiedono i turni di notte: è giusto? 3) Le lacrime di coccodrillo per le morti sul lavoro. 4) Troppo bassi gli stipendi: per me è uno scandalo. 5) Le ferie che non ho fatto posso farmele pagare? 6) Il riscatto della laurea è possibile ma ha un costo. 7) Il part time può essere a tempo indeterminato?

1) NOI NAVIGATOR PAGHIAMO GLI ERRORI FATTI DA ALTRI

È stato deciso che i navigator resteranno in servizio per altri quattro mesi. Mi fa piacere per loro che così continueranno a percepire uno stipendio. Ma mi domando: se finora non sono riusciti a combinare granché, a che cosa serve la proroga?
Non dovevano essere inseriti nei Centri per l’impiego nel quadro di una radicale trasformazione dei Cpi? Mi sembrava una soluzione corretta e invece eccoci di nuovo di fronte a una decisione che non decide. È così che l’Italia è andata a picco…
Antonio Lelli - Per e-mail da Roma

Sono un navigator e mi scuso se mi firmo con una sigla. Mi sono laureato a pieni voti, ho partecipato alla selezione proposta a suo tempo da Anpal, mi sono classificato ai primi posti e ho firmato un regolare contratto.
Ero convinto di partecipare ad un progetto in grado di migliorare l’offerta di lavoro. Questo mi era stato detto e questo ero convinto di fare. Poi però la realtà si è dimostrata ben diversa. Mi sono sforzato di trovare contatti con le aziende e ho parlato con diversi giovani alla ricerca di un impiego. Ma non sono mai riuscito ad andare oltre: del resto, all’inizio, il panorama dell’occupazione italiana era sconfortante e non era semplice trovare il bandolo della matassa.
Potevo fare di più? Forse. Ma vi assicuro che l’organizzazione nella quale mi sono trovato ad operare era tutt’altro che all’altezza. Il risultato è che noi navigator siamo stati presto etichettati come inutili.
Abbiamo anche protestato e manifestato. Qualche sindacato ha preso la nostra parte chiedendo un processo di stabilizzazione. Ora si è preferito non rispondere, prorogando di quattro mesi il contratto in scadenza il 31 dicembre.
Non possiamo essere noi a pagare per chi non è stato capace di ottenere il meglio da una figura che resta comunque centrale se si vuole davvero avviare una nuova strategia delle politiche attive.
S. R. - Per e-mail da Roma

Senza rifare la storia dei navigator che, come è noto, sono/erano parte integrante dell’introduzione del reddito di cittadinanza (nel senso che avrebbero dovuto coadiuvare i percettori del Rdc a trovare un lavoro), è oggi evidente che il meccanismo non ha funzionato.
Che cosa fare, allora, dei 2.500 il cui contratto è scaduto il 31 dicembre? Qui la confusione non è stata poca. Ad un certo momento – come ha ricordato Antonio Lelli – si è parlato di un loro inserimento definitivo nei Centri per l’impiego i quali hanno bisogno di essere rivitalizzati con l’immissione di rinforzi e di tecnologie.
Sembrava cosa fatta, ma così non è stato. Anche perché l’assorbimento da parte dei Cpi, che fanno capo alle Regioni, ha un costo che deve essere previsto e coperto.
Con l’avvicinarsi del 31 dicembre, la Commissione bilancio della Camera ha votato a maggioranza la proroga del mandato dei navigator (il cui rapporto di lavoro resta con Anpal Servizi) fino al 30 aprile. Poi si vedrà.
Già, ma che cosa? Secondo la Nidil-Cgil “i navigator hanno lavorato in un contesto complicato anche durante la pandemia a sostegno dei Centri per l’impiego e per i percettori del reddito di cittadinanza… Per questi operatori si deve prevedere un processo di stabilizzazione anche perché nel Piano nazionale di ripresa e resilienza sono state stanziate molte risorse per le politiche attive che potrebbero essere utilizzate allo scopo”.
Se ne riparlerà a breve. Trovare una soluzione definitiva non sarà semplice in quanto sul reddito di cittadinanza, e di conseguenza anche sui navigator, è in corso una battaglia tra le forze che siedono in Parlamento. Il reddito di cittadinanza è stato confermato, i navigator sperano che ciò possa accadere anche per loro. Ma, aggiungiamo, all’interno della rivoluzione del Centri per l’impiego.

2) SONO MAMMA E MI CHIEDONO I TURNI DI NOTTE: È GIUSTO?

Fortunatamente ho un posto a tempo indeterminato in una struttura privata che lavora a ciclo continuo. Tutto bene, ma dallo scorso mese, per ragioni familiari (ho una figlia di 4 anni), non posso più effettuare i turni di notte che, di volta in volta, mi vengono richiesti. Prima del divorzio da mio marito non c'erano problemi, invece adesso...
Lucia P. - Per telefono da Roma

Il ministero del Lavoro ha chiarito, rispondendo a una specifica richiesta, che la/il lavoratrice/lavoratore possono rifiutare la prestazione notturna in quanto "unico genitore affidatario" di un minore di 12 anni. Ciò in virtù di quanto stabilito dall'articolo 11, comma 1 del Dlgs 66/2003.
Quindi, in base alle indicazioni fornite, Lucia P. deve essere esclusa da qualsiasi impegno notturno. In caso contrario, l'azienda può andare incontro a sanzioni.

3) LE LACRIME DI COCCODRILLO PER LE MORTI SUL LAVORO

Dopo gli operai morti a Torino nello schianto della gru che stavano montando, altri hanno perso la vita in diverse città italiane. In media, ogni giorno tre persone escono di casa per recarsi al lavoro e non vi fanno più ritorno. Una strage. Un funzionario dell’Inail ha detto qualche settimana fa che su 10 ispezioni effettuate nei cantieri 9 hanno scoperto aziende non in regola.
Il bonus edilizia, se da una parte ha rilanciato il settore dall’altra ha aperto la strada a imprese che spesso non rispettano la sicurezza pur di accaparrarsi la commessa e accorciare i tempi di consegna. Le leggi ci sono ma se mancano i controlli e come se non ci fossero.
Quando succede un incidente se ne parla per qualche giorno poi più niente. Che cos’altro deve accadere per mettere fine a questa vera e propria guerra? A volte ho l’impressione che quelle che si spargono siano soltanto lacrime di coccodrillo.
Paolo Salerno - Per e-mail da Milano

Anche altri lettori ci hanno scritto sull’argomento. Hanno tutti ragione a denunciare e a chiedere più ispezioni, anche perché non è il solo settore dell’edilizia che deve essere tenuto sotto controllo.
Quando abbiamo provato a capire perché ciò non avviene la risposta è stata: perché gli addetti sono pochi e già fanno il massimo. L’anno scorso l’Inail ha bandito un concorso per 1.541 funzionari (823 amministrativi e 691 ispettori del lavoro) che però deve ancora completare l’iter delle selezioni.
Ma c’è altro. L’entrata in vigore dei bonus e la moltiplicazione delle opportunità di lavoro ha fatto nascere decine e decine di imprese: è sufficiente iscriversi alla Camera di commercio come costruttore edile e indicare l’indirizzo di un ufficio e il telefono e il gioco è fatto. Niente certificati di qualifica professionale, niente corsi di specializzazione, niente attestati sulla sicurezza.
Il riferimento alle aziende irregolari lo ha fatto proprio il capo dell’Ispettorato nazionale del lavoro, Bruno Giordano: “Oltre 9 imprese su 10 controllate sono state trovate irregolari”. E il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul lavoro, Gianclaudio Bressa, ha aggiunto come il contratto degli edili “preveda una formazione obbligatoria che andrebbe garantita a chiunque lavori in un cantiere”.
Ma così spesso non è. Però si continua a proporre e a cercare soluzioni. Intanto si muore.

4) TROPPO BASSI GLI STIPENDI: PER ME È UNO SCANDALO

Non so sia vero che le nostre buste paga siano tra le più basse in Europa, ma non c’è dubbio che oggi troppo gente riesce a guadagnare a malapena ciò che serve per vivere. Per non parlare dei giovani ai quali più che stipendi vengono offerte delle mance.
Sono convinto che i sindacati debbano farsi sentire di più, soprattutto adesso che la ripresa ha ricominciato a spingere in avanti l’economia italiana: non è più tollerabile che quando ci sono da spartire delle risorse, ai più deboli e meno tutelati tocchino sempre e soltanto le briciole.
Daniela Marini - Per e-mai da Roma

È così. Tra le economie avanzate, l’Italia è l’unico Paese dove negli ultimi anni è diminuito il potere d’acquisto. L’Ocse ha calcolato che da noi, tra 1990 e il 2020, il salario medio è diminuito del 2,9% mentre nello stesso periodo è aumentato del 33,7% in Germania, del 31,1% in Francia e di quasi il 50% negli Stati Uniti.
Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha inserito nella Legge di Bilancio appena approvata dal Parlamento misure destinate ad aumentare le buste paga, ma – hanno fatto sapere i sindacati – non come ci si sarebbe aspettato.
Il confronto è aperto. C’è chi sostiene che se il Paese ha smesso di crescere da molti anni anche la dinamica degli stipendi non poteva non risentirne, e che le deboli performance della grande industria e le scarse capacità di resistenza di quella piccola non hanno certo contribuito a dare una mano.
In più, secondo Francesco Seghezzi, presidente della Fondazione Adapt, specializzata nella ricerca e nell’alta formazione sui temi del lavoro e delle relazioni industriali, “la produttività è crollata soprattutto dal 2008 in poi e non siamo più riusciti a superare la crisi né dal punto di vista dell’occupazione né da quello salariale… Così i nuovi posti di lavoro sono stati creati soprattutto in servizi poco qualificati, spesso al limite tra regolarità e irregolarità”.
E allora? Allora, sostengono altri, ci sono responsabilità che non possono essere cancellate con un colpo di spugna. Per esempio: quali sono state le politiche messe in campo dai governi per contrastare la caduta, e il mondo delle imprese come si è mosso sui mercati nazionali/internazionali per spuntarla sui competitor e spingere la produzione?
Su quest’Italia si è abbattuta la pandemia Covid-19 che avrebbe potuto aggravare la situazione. Invece siamo riusciti a resistere e, facendo forza sui 200 miliardi di euro che l’Ue ci ha assegnato, possiamo provare a rialzarci.
Molto, però, deve cambiare. A cominciare dalle retribuzioni, dal pieno recupero dell’occupazione, e così via. Il programma New Generation Ue e il conseguente Piano nazionale di ripresa e resilienza sono un’occasione unica e irripetibile. E stavolta si pensi a non lasciare indietro nessuno. Davvero e non a parole.

5) LE FERIE CHE NON HO FATTO POSSO FARMELE PAGARE?

Sono addetto alle pulizie presso un Comune del Lazio. Con la fine del 2021 ho fatto presente di avere accumulato nel tempo molti giorni di ferie. Posso chiedere un aumento dello stipendio?
F. P. - Formia

Le ferie sono riconosciute quale diritto irrinunciabile dei lavoratori dipendenti ad un periodo di riposo per reintegrare le energie psicofisiche.
Quelle non godute possono essere solo differite entro i termini prestabiliti per legge, mentre solo in casi eccezionali – sempre previsti dalla legge – possono essere retribuite con una indennità sostitutiva.

6) IL RISCATTO DELLA LAUREA È POSSIBILE MA HA UN COSTO

Siccome sta cambiando tutto, non sono più sicura se sia possibile chiedere il riscatto della laurea. In verità, mi hanno detto di sì ma anche che l’operazione costa un’enormità.
Come stanno le cose? È vero che per aumentare l’anzianità e avvicinarsi un po’ alla pensione ci si deve svenare?
Marisa Stefani - Per e-mail da Roma

Il riscatto della laurea è consentito per trasformare gli anni trascorsi all’università in contributi e quindi – afferma l’Inps – integrare la posizione contributiva ai fini del calcolo di tutte le prestazioni pensionistiche. Naturalmente è necessario avere conseguito il titolo di studio. La richiesta può essere inoltrata anche da chi è inoccupato, cioè da chi non è iscritto a nessuna forma obbligatoria di previdenza.
In effetti, il costo non è indifferente. È stato calcolato che per riscattare quattro anni di laurea, considerando di percepire una retribuzione lorda annua di 32.000 euro, l’importo da pagare è di oltre 42.000 euro. Questo con il sistema retributivo.
Altri calcoli possono essere fatti con il sistema retributivo o se si chiede il riscatto di laurea agevolato. Tutte le informazioni sono comunque sul sito: https://riscattodilaurea.it.

7) IL PART TIME PUÒ ESSERE A TEMPO INDETERMINATO?

Un contratto part time può essere a tempo indeterminato? E in che modo si può quantificare l’orario? Il contratto deve essere sempre elaborato in forma scritta?
Fabio Lulli - Per e-mail da Roma

Sì, il contratto part time può essere sia a tempo determinato che indeterminato. Queste le tipologie.
Part time orizzontale. Prevede un orario giornaliero inferiore rispetto a quello normale: dunque, considerando otto ore lavorative, è dipendente in part time orizzontale colui che lavora, per esempio, cinque ore al giorno per tutti e cinque i giorni lavorativi della settimana.
Part time verticale. Il lavoratore presta la sua opera con orario giornaliero a tempo pieno solo in determinati giorni della settimana, del mese o dell’anno (per esempio, lavorando per due giorni alla settimana invece che cinque, o a settimane alternate).
Part time misto. Risulta dalla combinazione delle precedenti tipologie (per esempio, cinque ore al giorno per tre giorni alla settimana).
Il contratto va sempre stipulato in forma scritta e deve obbligatoriamente contenere l’orario di lavoro con tutti i riferimenti di giorno, settimana, mese e anno. Se il part time è a tempo determinato deve essere indicato il termine di scadenza.

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