Giovedì, 18 Giugno 2020

L'Editoriale. Servono fatti, con le parole non si mangia

Come è noto, le notizie sulla situazione in cui versa il Paese dopo il lockdown sono tutte negative. Anzi, di più. Ci si richiama alla “grande crisi” del 1929 oppure all’Italia uscita stremata dalla seconda guerra mondiale.
Tra le ultime previsioni c’è quella dell’Ocse che ha registrato un crollo del Pil tra l’11,3% e il 14,1%. Il debito pubblico toccherà nuovi primati e, in generale, anche la macchina produttiva non dovrebbe cavarsela meglio. Insomma, nero più nero.

Eppure c’è chi comincia a vedere la luce in fondo al tunnel. Il “Sole-24 Ore”, che è il giornale della Confindustria, ha scritto che “la strada maestra per avviare la riduzione graduale del debito è spingere con forza sul pedale della crescita. In che modo? L’associazione degli imprenditori considera decisivi quattro punti: 1) lotta all’evasione fiscale, un segnale in termini di equità che sarebbe fondamentale per la tenuta sociale; 2) semplificare e snellire gli oneri burocratici e amministrativi; 3) investire con determinazione sui settori che creano futuro: cioè istruzione, formazione, ricerca; 4) rimuovere i vincoli che frenano gli investimenti e riducono il potenziale di crescita dell’economia.

Anche Claudio Descalzi, numero uno dell’Eni, intervistato dal “Corriere della Sera” ha detto che “noi come cittadini, come imprese e come Paese abbiamo la forza necessaria per superare questo momento… Pensavamo che il risveglio dell’economia arrivasse a fine giugno, invece già adesso vediamo una confortante ripresa”.

Gli stati generali, voluti fortemente dal primo ministro, Giuseppe Conte, consentiranno di capire qualcosa di più. A Villa Pamphili, mentre scriviamo, idee e proposte si stanno accavallando. Alla fine bisognerà farne una sintesi, portarla in Parlamento, farla approvare e poi metterla in pratica.
Trasformare la crisi in opportunità. È il refrain che ci sta accompagnando da quando abbiamo ricominciato a guardarci in giro. Perché o sarà così oppure saranno guai serissimi. Non si può più giochicchiare a centro campo. Ci vogliono i gol, cioè programmi veri con i quali uscire dalle sabbie mobili e costruire un domani che sappia cancellare la confusione che ci siamo trascinati dietro di governo in governo.

Occorre rispondere a chi è stato più penalizzato. A chi ha perso il posto ed è a caccia di un lavoro. Ai tanti giovani che il lavoro non sanno che cosa sia, e che hanno smesso persino di cercarlo come ha certificato l’Istat: tra marzo e aprile, infatti, 414.000 persone si sono cancellate da tutto e sono diventate invisibili. Tanto che – incredibilmente – la disoccupazione è scesa dall’8,1% al 6,3%.

Però quelle persone non sono finite su Marte. È uno degli elementi di quella rabbia sociale di cui tanto si discute. La prova del fuoco ci sarà subito dopo l’estate, allorché termineranno molte delle misure di contenimento (cassa integrazione, sussidi, bonus vari).
Servirà il sostegno dei 270 miliardi di euro in arrivo dall’Europa, che però sono ufficialmente ancora da definire. Tra l’altro, è proprio grazie ai contributi dell’Ue che si potrà avviare quel piano di riorganizzazione del servizio sanitario nazionale che vale anche almeno 20.000 posti di lavoro (vedi a pagina 20).
Allora è il momento di rimboccarsi le maniche e fare sul serio. Di parole ne abbiamo sentite a fiumi. Ma con le parole non si mangia (un ministro diceva che era con la cultura che non si mangia, ma quella era un’epoca che oggi sembra appartenere al Giurassico).

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