Giovedì, 07 Maggio 2020

Le domande dei lettori, le risposte degli esperti. N. 7/2020

1) Ancora Alitalia. Veri i 2.000 esuberi? 2) Coronavirus, le norme e i… giardini. 3) Quel lavoro nei campi a 3,50 € l’ora. 4) Smart working: come dopo la crisi? 5) 3 al curriculum nessuno risponde. 6) Quando si rifiuta il lavoro nei festivi

1) ANCORA ALITALIA. VERI I 2.000 ESUBERI?

D) Nello scorso numero un dipendente di Alitalia – almeno così mi è sembrato – ha scritto per esprimere la sua preoccupazione sul futuro della compagnia. Io lavoro in quello che viene definito indotto e sono ugualmente in ansia perché se per gli interni ci sono le tutele sociali, a cominciare dalla cassa integrazione, per molti di noi in caso di licenziamento la situazione sarebbe ben più dura in quanto i nostri contratti spesso non sono così garantiti.
Ho letto che il governo, dopo tanti tentativi, avrebbe trovato una soluzione. Come stanno le cose? Che cosa ci prepara il futuro?
Marco S. - Per e-mail da Roma

R) Il 22 aprile il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, parlando davanti alla commissione Trasporti della Camera ha delineato come Alitalia proverà a uscire dalla crisi. Questi i punti principali: 1) all’inizio di giugno si costituirà una Newco pubblica nella quale, al posto di Delta e SkyTeam, subentreranno i tedeschi di Lufthansa; 2) il passaggio delle consegne è legato al fatto che il 21 maggio scade la joint venture transatlantica con Delta e, siccome gli americani hanno firmato un accordo con Virgin Atlantic e con Air France-Klm, di fatto l’alleanza non ha più ragione di essere; 3) in un primo momento, comunque, per accelerare i tempi, la Newco sarà al 100% in mano pubblica; 4) anche perché, a causa del coronavirus che ha colpito l’insieme del trasporto aereo, Alitalia ha subito un calo del fatturato dell’87,5% e senza l’intervento del governo gli effetti potrebbero essere “dirompenti e devastanti”; 5) gli aerei in servizio passeranno dai 113 dell’attuale flotta a 90; 6) nel consiglio di amministrazione potrebbero entrare anche i sindacati “secondo un modello che funziona in altri Paesi”; 7) nel piano industriale il 30% dei collegamenti dovrebbe riguardare il lungo raggio che è stato uno dei punti deboli della compagnia.
A parte le tecnicità strutturali, che cosa accadrà al personale? Patuanelli ha detto che “parlare di esuberi zero è molto difficile”. Qualcuno ha ipotizzato la cifra di 2.000 esuberi. Certo è che davanti al comparto si prospettano mesi difficili. I gestori aeroportuali hanno calcolato per il 2020 una contrazione del fatturato di 1,6 miliardi di euro.
Anche l’indotto non riuscirà ad evitare contraccolpi. I sindacati sono in allarme. Le tutele e le garanzie sociali debbono essere estese a tutti.

2) CORONAVIRUS, LE NORME E I… GIARDINI

D) Il 4 maggio l’Italia è tornata a muoversi. Lo aveva già fatto nelle settimane precedenti ma da qualche giorno gran parte delle fabbriche e degli uffici hanno ripreso l’attività. In giro, ovviamente, c’è molta più gente e seppure le regole del distanziamento mi pare che vengano abbastanza rispettate il vero rischio è per i cittadini che devono utilizzare i mezzi pubblici.
A Roma, in certe fermate e in certe ore, la gente si accalca e, nonostante gli avvertimenti, a bordo non sempre tutto funziona come dovrebbe. Non possiamo permetterci il ritorno del coronavirus. Attenzione.
Clara Manzini - Per telefono da Roma

D) Dopo un bel po’ di tempo i parchi di Roma sono di nuovo a disposizione. Meno male ma che tristezza: i prati sono rinseccoliti e arbusti e alberi avrebbero bisogno di manutenzione.
Perché non si è approfittato della chiusura per dare una sistemata? Magari assumendo il personale necessario visto che il servizio giardini del Comune è ridotto ai minimi termini? È così difficile programmare certi lavori?
Leandro Furi - Per e-mail da Roma

D) Covid-19 ha terremotato tutto e tutti e ci ha costretto a cambiare abitudini e stile di vita. Anche nelle fabbriche e negli uffici nulla è più come prima se non altro per ragioni di sicurezza. Il ritorno alla progressiva normalità continua a preoccupare i virologi e gli addetti alla sanità. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha affermato che “dobbiamo imparare a convivere con il coronavirus”. Cioè a rispettare le norme destinate a impedirne la diffusione.

R) Vedremo tra un paio di settimane il bilancio della ripartenza. Invece non dobbiamo aspettare per dire che il verde pubblico della Capitale era ed è rimasto abbandonato a se stesso.

3) QUEL LAVORO NEI CAMPI A 3,50 € L’ORA

D) Tra le cose che in Italia si fa fatica a capire c’è quella dello sfruttamento di chi lavora nei campi. Ogni anno, in occasione dei raccolti, escono fuori puntualmente i racconti di chi per pochi euro è costretto a stare fino a 10-11 ore a riempire cassette di pomodori, di ortaggi, di frutta, di uva e quant’altro.
Pochi giorni fa un quotidiano ha pubblicato un reportage da Cerignola, Foggia e San Severo dove per 3,50 euro l’ora un esercito di rumeni, bulgari, polacchi e africani viene scelto e ingaggiato dai caporali.
Ciò che mi meraviglia è che di questo traffico umano si sa tutto: come si svolge, chi sono coloro che lo gestiscono e chi ne beneficia, cioè i proprietari di grandi appezzamenti di terreno.
Ma non succede niente. Perché? Come si può avere fiducia in un Paese che sa ma che preferisce chiudere gli occhi?
Mattia Perini - Per e-mail da Latina

R) Forse il lettore si riferisce all’articolo di Giuliano Foschini uscito su “Repubblica” il 27 aprile dal titolo: “Tra i braccianti di Foggia sequestrati dai caporali”. Ebbene sì, le vicende si ripetono con crudele puntualità nonostante – come è stato scritto – “il grande sforzo degli ultimi tempi di Prefettura, Polizia e Procura distrettuale antimafia”.
Ma c’è una novità: gli africani, via via, si sono sindacalizzati e sono meno propensi a lasciarsi prendere per il collo, e così si è dato il via libera alla manodopera proveniente dai Paesi dell’Est Europa. Lo ha riconosciuto anche Raffaele Falcone della Flai-Cgil.
Tra l’altro, le organizzazioni criminali utilizzano il movimento delle merci anche per il traffico della droga. Ma c’è da dire che gli “stipendi” così bassi derivano dalla logica di un mercato, dominato dalla grande distribuzione, che richiede prezzi sempre più bassi.
Il Procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Rao, ha dichiarato che “se si regolarizzassero i lavoratori i mafiosi perderebbero la loro capacità di ricatto”. Lo stesso è stato chiesto al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e ai ministri dell’Agricoltura, Teresa Bellanova, del Lavoro, Nunzia Catalfo, degli Interni, Luciana Lamorgese, e del Sud, Giuseppe Provenzano, da una proposta sottoscritta da tante associazioni, tra cui Slow Food Italia. Secondo cui “regolarizzare chi è costretto a vivere in queste condizioni significherebbe agire a tutela dell’interesse nazionale e di un settore oggi più che mai strategico come quello della filiera agricola, facendo dell’emergenza coronavirus e delle sue disastrose conseguenze un’occasione per alzare l’asticella dell’equità, significherebbe rifiutare un sistema di compromessi al ribasso che si paga sulla pelle di chi è più fragile, e fare un passo in più verso un futuro in grado di garantire un cibo buono, pulito, giusto e sano per tutti”.
Come non essere d’accordo? Eppure la parola “regolarizzazione” continua a dividere il nostro Paese.

4) SMART WORKING: COME DOPO LA CRISI?

D) D’accordo con l’azienda presso la quale lavoro io e qualche altro collega abbiamo provato a sperimentare lo smart working. Più che altro per necessità viste le restrizioni imposte dal coronavirus. Adesso che l’emergenza è in parte rientrata siamo tornati in ufficio.
Cosa dire? Per certi aspetti l’esperimento ha funzionato: per esempio, niente più auto per andare e tornare con risparmio di tempo e di… benzina. Ma è mancato un vero rapporto con i responsabili e il tutto mi è sembrato un po’ rarefatto. A parte problemini tecnici di varia natura.
Insomma, in questo modo siamo riusciti a continuare gli impegni senza interruzione, però non mi è sembrata una soluzione ideale.
Vittorio C. - Per e-mail da Roma

R) In queste settimane si è parlato molto di smart working. Lo ha fatto anche “Lavoro Facile” con un paio di speciali usciti negli ultimi numeri. L’impressione è che la necessità di frenare la pandemia abbia incoraggiato il ricorso al lavoro a distanza che, negli altri Paesi, è ben più consolidato.
I risultati sono in chiaroscuro: bene per certi aspetti, meno bene per altri. Anche perché siamo stati presi alla sprovvista e il ritardo dello sviluppo tecnologico (leggi, per esempio, fibra ottica) non è stato d’aiuto.
Il Centro Studi Confindustria, sottolineando come chi utilizza il lavoro agile incrementi la produttività, rafforzi il legame con la propria impresa e, contemporaneamente, contribuisca a ridurre i costi logistici aziendali oltre che il traffico e l’inquinamento, ha però precisato che per massificarne diffusione e vantaggi anche dopo la crisi “sono necessari una semplificazione permanente delle regole e un nuovo approccio alla gestione del personale che privilegi un’organizzazione del lavoro per fasi, cicli e obiettivi”.
Dal canto suo, il Comune di Roma ha cominciato a diffondere nei luoghi di lavoro un questionario sulle tendenze in materia di spostamenti, orari e uso di bus e metro da parte dei lavoratori così da capire meglio come lo smart working possa incidere sulla vita delle persone, delle imprese e della stessa città. Ad essere interpellati sono 350.000 dipendenti di ditte pubbliche e private.

5) E AL CURRICULUM NESSUNO RISPONDE

D) Come mai le aziende alle quali si inviano i curricula non si degnano mai di un cenno di risposta? È davvero una scortesia che non tiene conto delle aspettative di chi è senza lavoro… I tempi sono quelli che sono, e sono tante le persone alla ricerca di un posto.
Ma, appunto, sono persone e non numeri. Quando diventeremo un Paese normale con diritti e doveri equamente ripartiti? Chi pubblica un annuncio di ricerca del personale dovrebbe poi sentire l’obbligo di farsi vivo con chi a quell’annuncio ha deciso di rispondere. O no?
M. S. e altri - Per e-mail e per telefono da diverse località del Lazio

R) Spesso è proprio così. Gli uffici del personale o delle risorse umane di aziende anche importanti e strutturate hanno l’abitudine di rispondere solo ai curricula più in linea con i profili di cui c'è bisogno. Davvero una brutta tendenza che, purtroppo, sembra resistere a qualsiasi critica. Perché inviare un messaggio di presa visione con, magari, una valutazione della domanda dovrebbe essere scontato. Invece...

6) QUANDO SI RIFIUTA IL LAVORO NEI FESTIVI

D) Se un’azienda chiede ad un suo dipendente di lavorare in un giorno festivo e il dipendente si rifiuta, l’azienda può evitare di mettergli in busta paga il relativo trattamento retributivo ordinario?
Carla Sartori - Per telefono da Roma

R) Le giornate festive prevedono una retribuzione ordinaria se non lavorate e straordinaria – cioè con una maggiorazione prevista dai contratti – se lavorate. In nessun modo il rifiuto di lavorare in uno di quei giorni riconosciuti dai Ccnl può determinare la cancellazione della parte ordinaria.
Lo ha ribadito la Cassazione con la sentenza 21209/2016 che ha condannato la decisione di un’azienda metallurgica che avendo chiesto ad alcuni operai di essere presenti in fabbrica l’8 dicembre ed essersi vista rispondere negativamente, non aveva inserito in busta paga il trattamento ordinario relativo alla festività non lavorata. La Suprema Corte, in sostanza, ha ribadito la validità della norma di legge secondo la quale il dipendente può astenersi dall’attività lavorativa durante determinate festività e, quindi, l’azienda non può mettere in discussione il relativo trattamento retributivo.

Letto 167 volte Ultima modifica il Giovedì, 07 Maggio 2020 17:30

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