Giovedì, 16 Aprile 2020

L'Editoriale. Lavoro e coronavirus: la paura e la speranza

Da qualche giorno, seppure con modalità diverse, hanno riaperto le librerie, le cartolerie e i negozi di abbigliamento per neonati e bambini, le lavanderie industriali e le tintorie. Hanno ripreso l’attività anche le aziende che operano nella silvicoltura, nella cura e la manutenzione del paesaggio, nel commercio all’ingrosso di carta e cartone, nella fabbricazione di apparecchiature informatiche. Per quanto riguarda Roma, sono operativi 25.000 negozi classificati come indispensabili per il rifornimento di una città con oltre 3 milioni di abitanti.

Uno spiraglio nel muro del lockdown innalzato per combattere la diffusione del coronavirus. Si andrà avanti così fino al 4 maggio quando altri comparti potranno tornare in campo, sempre se i numeri del contenimento della pandemia lo consentiranno. Comunque, fino alla scoperta del vaccino, dovremo continuare a convivere con Covid-19. In sostanza, ancora per un bel po’, nulla sarà come prima.

L’Italia dovrà provare a rialzarsi e a rimettere in moto il mondo della produzione. I dati sono impietosi: nel biennio 2020-2021 le nostre imprese potrebbero accusare una perdita tra i 270 e i 650 miliardi di euro di fatturato, con le filiere del turismo e dell’automobile tra le più penalizzate. Le previsioni non sempre coincidono. Gli istituti di ricerca si muovono in ordine sparso ma sul default sono tutti d’accordo.
Per esempio, il Cerved Industry Forecast, un istituto che ogni semestre analizza le prospettive della nostra economia, ha elaborato un paio di scenari. Il primo segnala che se l’emergenza dovesse prolungarsi fino a maggio sarebbero necessari due mesi per intravedere un qualche ritorno alla normalità. In questo caso le imprese perderebbero, dall’inizio della crisi, il 7,4% dei ricavi. Quasi la metà delle perdite riguarderebbe le aziende della Lombardia (-62 miliardi di euro) e del Lazio (-47 miliardi di euro). Nel secondo caso, con un’emergenza fino al 31 dicembre, la caduta dei ricavi arriverebbe al 17,8%.

La disoccupazione galoppa. Alla fine di marzo erano già 3 milioni (il 13,2% del totale della forza lavoro) coloro che avevano perso il posto: circa 1 milione gli autonomi e 1,9 milioni i dipendenti, per lo più addetti alle vendite.
Inoltre Confimprese, l’associazione che rappresenta 350 brand commerciali con 40.000 punti vendita e 700.000 addetti, ha calcolato che finora è stato perso il 95% del fatturato e che con ogni probabilità una attività su tre non ce la farà a riaprire.

Le dimensioni del crollo sono tali che senza un Piano Marshall europeo sarà difficile aggrapparsi a un vero salvagente. Un’Europa che, però, non può essere quella degli anni scorsi. Vedremo che cosa salterà fuori dal lungo negoziato con Bruxelles nella consapevolezza che o ci si salva tutti insieme o l’Unione non avrà più ragione di essere.
Come sempre, nelle pagine che seguono si possono trovare le opportunità di lavoro di quelle
aziende che si sono date programmi che guardano al di là dello shock coronavirus. Vale la pena dargli un’occhiata. Così come merita di essere letta la testimonianza di un’infermiera che in un grande ospedale romano è impegnata nella battaglia contro il virus.

Letto 224 volte Ultima modifica il Giovedì, 16 Aprile 2020 07:31

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