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Giovedì, 26 Marzo 2020

L'Editoriale. Covid-19: se l’Europa scende davvero in campo

Anche per l‘economia il coronavirus è come una guerra. È stato detto che stiamo attraversando la crisi più dura dalla fine del secondo conflitto mondiale. Ed è vero. Pure chi l’aveva presa alla leggera, magari sperando che il contagio non dilagasse ovunque, si è dovuto ricredere.
Il premier britannico, Boris Johnson, è passato dalla crudele “immunità di gregge” a misure di contenimento che avrebbe fatto bene ad adottare senza perdere tempo, e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è stato costretto a rivedere la dottrina del “non c’è da preoccuparsi” proprio mentre New York e la California decidevano di chiudere tutto ciò che era possibile chiudere. Sull’esempio del nostro Paese. Anche se il capo della Casa Bianca, poco prima, aveva annunciato che “non finiremo come l’Italia”. Joseph Stiglitz, uno dei più noti economisti americani, gli ha ricordato che “i virus non hanno passaporti, non seguono i confini nazionali né la retorica nazionalista”.

Con le dichiarazioni di chi siede nelle stanze dei bottoni è bene finirla qui. I problemi che abbiamo di fronte, oltre a quello drammatico della corsa di Covid-19 che sembra inarrestabile, sono tanti a cominciare – appunto – da quelli che riguardano la produzione e il lavoro. È un altro bollettino di guerra. L’Italia delle imprese grandi e piccole, l’Italia del turismo e dell’accoglienza, l’Italia dell’arte e della cultura, l’Italia degli artigiani, è a terra.
A Roma, giusto per fare un esempio recente, la società che gestisce gli aeroporti di Fiumicino e Ciampino (Adr), ha messo in cassa integrazione fino a dicembre 3.000 dipendenti, più del 90% della forza lavoro. Eppure, prima dello shock del coronavirus, cioè appena poche settimane fa, l’azienda era in piena salute con un fatturato di quasi 1 miliardo di euro e con lo scalo Leonardo da Vinci (45 milioni di passeggeri) ai vertici del gradimento internazionale. E poi c’è l’Atac: la municipalizzata dei trasporti, già in difficoltà, ha visto crollare gli incassi e per quasi 4.000 addetti è scattato il ricorso al fondo di solidarietà.

Nonostante una strategia criticabile e criticata, l’Europa resta in questi frangenti un’ancora di salvezza. Anche perché la crisi ha costretto l’Unione a modificare molte regole e ad allargare i cordoni della borsa. Così il Patto di stabilità, quello che prevedeva un deficit pubblico non superiore al 3% del Pil, è stato sospeso e altri parametri sono stati messi da parte.
In sostanza, ci saranno più soldi a disposizione dei Paesi che fanno parte dell’Ue. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha affermato che “nessuno Stato membro può fronteggiare questa minaccia da solo” e che “ogni strumento utile sarà messo sul tavolo. La Commissione, e questo è importante per l’Italia, concederà la massima flessibilità sugli aiuti di Stato e sul Patto di stabilità, così il governo italiano potrà aiutare le imprese e il mercato del lavoro, e investire nel settore della sanità”.

Vedremo alla prova dei fatti come e in quali tempi si svilupperà questo cambio di passo. Ma, guardando in giro, non c’è altro – e di più solido – a cui aggrapparsi per non sprofondare.

Intanto, le offerte di impiego non sono scomparse. In questo numero se ne possono trovare di interessanti. A partire da Poste Italiane e Amazon per continuare con i 105 assistenti che servono alla Banca d’Italia. E così via. In “Napoli Milionaria” Eduardo De Filippo diceva: “Ha da passà a’ nuttata”.

Letto 321 volte Ultima modifica il Giovedì, 26 Marzo 2020 12:51

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