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Venerdì, 20 Dicembre 2019

Le domande dei lettori, le risposte degli esperti. N. 20/2019

1) Da luglio buste paga più pesanti; 2) Matrimonio e giorni di permesso; 3) La voglia di mettersi in proprio; 4) Che cos’è il contratto a chiamata?; 5) Lazio da buttare? Proprio no; 6) Alitalia: ecco chi paga il conto

1) DA LUGLIO BUSTE PAGA PIÙ PESANTI

D) Ogni promessa è debito, dice un vecchio proverbio che però non vale per chi sta al governo. Con l’inizio dell’anno gli stipendi dovevano essere più consistenti per non so quale provvedimento.
Ma a oggi non mi pare che questa sia l’aria. Non se ne parla più e anche questo annuncio, come tanti altri, è destinato a passare in cavalleria.
Lillo Crosti - Per e-mail da Roma

R) Il lettore fa evidentemente riferimento al taglio del cuneo fiscale che, riducendo le trattenute in busta paga in favore dei dipendenti, consentirà un aumento del percepito.
La misura sarebbe dovuta entrare in vigore con l’avvio del 2020, ma così non sarà perché scatterà a partire dal prossimo luglio. Il motivo sta nelle risorse che il governo ha inserito nella Legge di Bilancio: 3 miliardi di euro al posto dei 5-6 previsti prima che cominciasse il confronto tra i partiti e in Parlamento.
A beneficiarne saranno circa 15 milioni di lavoratori con reddito tra gli 8.000 e i 35.000 euro. L’importo andrà a sommarsi al bonus Renzi.
L’Italia, in ambito Ocse, è il terzo Paese con il cuneo fiscale più alto: 47,9%. Vale la pena ricordare che a questa percentuale si arriva con i contributi previdenziali del 31,2% e le imposte personali del 16,7%.
Anche le imprese si aspettavano di rientrare nella riforma. Invece dovranno aspettare il 2021 quando le risorse stanziate saliranno a 5 miliardi di euro.

2) MATRIMONIO E GIORNI DI PERMESSO

D) Su quanti giorni di permesso, contrattualmente, può contare un dipendente che si sposa? Quando e come si deve avvertire l’azienda?
Alba Mirante - Per e-mail da Roma

R) In occasione del matrimonio la legge (per gli impiegati) e i contratti collettivi (per le altre categorie) assicurano al dipendente l’utilizzo di permessi retribuiti.
Per gli impiegati la durata minima di tali permessi è fissata dalla legge in 15 giorni, fatte salve eventuali e migliori condizioni contrattuali. Per le altre categorie occorre consultare i rispettivi contratti di lavoro.
In genere, il congedo per matrimonio deve essere richiesto con un certo preavviso, mentre al rientro deve essere consegnata al datore di lavoro, entro 60 giorni, la certificazione delle avvenute nozze.
Il permesso è utile ai fini del calcolo del Tfr ed è prevista la maturazione regolare delle mensilità aggiuntive e delle ferie.

3) LA VOGLIA DI METTERSI IN PROPRIO

D) Sono convinto che il crescente desiderio di mettersi in proprio sia dovuto quasi sempre alla difficoltà di trovare un lavoro di tipo subordinato.
Avviare un'azienda non è uno scherzo e i rischi sono sempre elevati, soprattutto in una fase di profonda difficoltà dell'economia. E poi, che futuro strategico può avere un Paese con un esercito di microimprenditori e con una grande industria che continua a perdere colpi?
Rino Filippi - Per telefono da Roma

R) In effetti, l'Italia è tra i Paesi europei quello con il più alto numero di lavoratori in proprio e senza dipendenti. Un fenomeno che, in particolare, vede protagonisti i giovani per i quali – è stato più volte sottolineato – si tratta di una strada spesso obbligata ma non priva di rischi in quanto, a causa delle dimensioni ridotte dell’impresa, si è più esposti alla volubilità del consumi.
Il punto è proprio questo: un po' per necessità e un po' perché essere padroni del proprio destino è indubbiamente affascinante, fatto sta che la tendenza continua ad essere consistente. A volte con esiti positivi, a volte meno.
Su questa lunghezza d'onda, da qualche anno, si sono inserite le proposte legate al franchising che possono ridurre proprio i rischi di cui sopra. La formula è nota: c'è una casa madre che mette a disposizione il proprio marchio e la propria esperienza, e c'è l'affiliato che decide di utilizzare questo background per non vedersela da solo con il mercato.
Una combinazione che è riuscita a proporsi come valida alternativa al tradizionale mettersi in proprio. Certo, imprenditori non ci si improvvisa ed è comunque sbagliato andare allo sbaraglio contando unicamente sulla buona stella.
Resta in piedi il discorso della grande industria alla quale un Paese che vuole essere di primo livello non può rinunciare. Anche perché è da qui che dipende la ripresa dell'occupazione.

4) CHE COS’È IL CONTRATTO A CHIAMATA?

D) Ormai non mi stupisco più di nulla. Pochi giorni fa, dopo che ne avevo fatto richiesta, mi hanno chiamato per un colloquio di lavoro che si è svolto più o meno come tutti gli incontri di questo tipo: chiacchierata sul titolo di studio, esperienze, conoscenza delle lingue, disponibilità.
La sorpresa è arrivata alla fine quando mi hanno proposto un contratto a chiamata. Sono caduto letteralmente dalle nuvole. Non ne avevo mai sentito parlare e quando ho chiesto spiegazioni ho capito di avere messo un piede in fallo. Infatti, mi hanno subito salutato dicendo che mi avrebbero fatto sapere. Da allora più niente. Ma che diavolo è questo contratto a chiamata?
Cristiano M. - Per e-mail da Roma

R) Si tratta di un contratto che non ha avuto – e non ha – troppa fortuna. Nato nel 2003 è stato poi ridefinito nell’ambito del Jobs Act nel tentativo di renderlo più spendibile sul mercato del lavoro. Però a oggi è tra le forme contrattuali meno utilizzate. E la ragione è semplice.
A parte che si rivolge solo a chi ha meno di 24 anni o più di 55, c’è però da dire che il meccanismo di applicazione è tanto particolare che, alla fine, rischia di scontentare un po’ tutti. Perché, se è vero che rientra tra i rapporti cosiddetti intermittenti, ci sono alcune modalità che vanno vagliate con attenzione.
Intanto, la definizione di “chiamata” significa proprio che si deve restare in attesa della convocazione da parte del datore. E qui c’è già un primo distinguo in quanto si deve fare attenzione se nel contratto è previsto l’obbligo di risposta. Se c’è, non ci si può rifiutare tanto che in caso di malattia o di altri impedimenti il lavoratore deve avvisare tempestivamente l’azienda. In caso di inadempienza si rischia di perdere l’indennità di disponibilità per i successivi 15 giorni.
Già, ma che cos’è l’indennità di disponibilità? È il contributo fisso che il datore paga al lavoratore per averlo obbligatoriamente a portata di telefono. L’ammontare non può essere inferiore al 20% della retribuzione minima mensile prevista dal Ccnl della categorie di riferimento, con i relativi contributi Inps e Inail. La retribuzione, invece, è legata solo all’effettiva prestazione. Punto e basta.
Se nella lettera di assunzione non c’è l’obbligo di risposta allora si è in presenza di un generico impegno tra le parti che, comunque, non obbliga il datore a chiamare il lavoratore né il lavoratore a rispondere.
Prima dell’inizio di una prestazione non superiore a 30 giorni, il datore deve darne comunicazione dall’Ispettorato territoriale del lavoro competente. In caso di inadempienza, il datore rischia una sanzione amministrativa da 400 a 2.400 euro.
Il contratto a chiamata non può essere utilizzato per la sostituzione di dipendenti in sciopero e da aziende dove nel semestre precedente vi siano stati licenziamenti collettivi, siano in corso riduzioni dell’orario o vi sia del personale in cassa integrazione.

5) LAZIO DA BUTTARE? PROPRIO NO

D) Ogni giorno ce n’è una nuova e quasi mai positiva. Mi riferisco all’occupazione nel Lazio – è la mia Regione perché vivo a Roma – che sta attraversando un periodo nerissimo. Alla crisi eterna dell’Alitalia e a quella più recente di Multiservizi, si è sommata le chiusura a Pomezia dello stabilimento Sammontana. Per non parlare dei tantissimi negozi costretti ad abbassare le saracinesche di fronte alla diminuzione dei consumi e alla concorrenza della grande distribuzione e dell’e-commerce.
Che cosa fare? Preparare la valigia e scappare da qualche parte, magari all’estero, oppure restare e assistere al definitivo naufragio della Capitale? Non voglio fare la catastrofista ma in giro non vedo segnali di speranza.
Marta Roversi - Per e-mail da Roma.

R) La crisi è reale e in ballo ci sono migliaia di posti. Alle aziende citate si potrebbero aggiungere gli impianti dell’Enel di Civitavecchia in fase di riconversione e gli esuberi preannunciati da Unicredit che nel Lazio ha quasi 300 filiali e circa 5.000 dipendenti. E via elencando.
Sono davvero troppi coloro che ogni giorno vanno a lavorare con il batticuore non sapendo che cosa c’è dietro l’angolo. Ma secondo un rapporto appena presentato da Banca d’Italia non tutto è da buttare. Anzi. Nella prima parte del 2019 il Lazio è, infatti, cresciuto più del resto del Paese grazie al settore dei servizi, legato soprattutto al turismo, e all’industria farmaceutica che con le esportazioni ha fatto un balzo in avanti del 64,4%.
Inoltre, da gennaio a giugno l’occupazione è aumentata a un ritmo analogo a quello nazionale e la disoccupazione si è attestata al 10,8% (-0,3% rispetto al 2018). Sono diminuite anche le ore di cassa integrazione (-3,2%). A soffrire sono alcuni comparti, in primo luogo quello delle costruzioni, e anche gli investimenti continuano a segnare il passo.
Più in particolare, ciò che ormai sembra scomparso definitivamente dai radar è un progetto di sviluppo di medio-lungo periodo che rimetta Roma e il Lazio al centro dell’attenzione delle imprese nazionali e internazionali che hanno soldi da impiegare e che però hanno smesso di credere in una Capitale che ha smarrito il bandolo strategico della matassa.
È ciò che ha detto Gerardo Iamunno, presidente delle Piccole industrie di Unindustria: “In molte aree della nostra Regione mancano le infrastrutture necessarie alle imprese per crescere. Come la Roma-Latina, la Orte-Civitavecchia, la Cisterna-Valmontone e il porto di Civitavecchia che ha bisogno di maggiori collegamenti ferroviari e stradali con il resto del territorio”.

6) ALITALIA: ECCO CHI PAGA IL CONTO

D) Tenere in vita Alitalia ci costa 1 milione di euro al giorno. I prestiti ponte si susseguono così come i piani di salvataggio e i commissari chiamati a gestire una situazione eternamente disperata.
Ciò che mi scandalizza, più dei soldi buttati dalla finestra, è come mai in tanti anni non siamo riusciti a tirare fuori uno straccio di piano industriale, nonostante tanti proclami, squilli di tromba e “capitani coraggiosi” vari.
E poi: è mai possibile che nessuno sia stato chiamato a rispondere di simile inefficienza? Alla fine, come al solito, a pagare saranno i dipendenti…
Nino Costanzi - Per e-mail da Roma

R) Pare incredibile ma così stanno le cose. Pochi giorni fa è stato nominato un altro commissario, Giuseppe Leogrande, che dovrà tentare di risolvere il rebus. Avrà tempo fino a giugno e per farlo andare avanti il governo verserà nelle casse dell’ex compagnia di bandiera altri 400 milioni di euro.
Da quello che si sa, l’intenzione di Leogrande sarebbe di creare una “bad company” nella quale riversare tutte le criticità (debiti, personale in più, contenziosi) in modo da tenere a battesimo una nuova Alitalia da offrire a una cordata di acquirenti (forse Lufthansa, Atlantia e Cdp).
Sul terreno dovrebbero rimanere 2.500 lavoratori (nelle precedenti trattative Delta e Lufthansa ne avevano chiesti 6.000) per i quali dovrebbero scattare una serie di ammortizzatori sociali come prepensionamenti, “scivoli” per favorire al massimo le uscite, solidarietà espansiva, e così via.
Comunque, è vero: i protagonisti di tanti disastri se ne sono andati indisturbati. Spesso con importanti liquidazioni.

Letto 510 volte Ultima modifica il Venerdì, 20 Dicembre 2019 08:35

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