Giovedì, 24 Ottobre 2019

Le domande dei lettori, le risposte degli esperti. N. 17/2019

1) Le parole e le vittime sul lavoro; 2) I diritti e il riposo settimanale; 3) Più tasse sul lusso. che male c’è?; 4) Le buste paga e il cuneo fiscale; 5) Io sto dalla parte dei curdi; 6) Le “dimissioni” chieste e non volute

1) LE PAROLE E LE VITTIME SUL LAVORO

D) Le vittime degli incidenti sui luoghi di lavoro continuano ad essere sempre troppe. Non passa giorno senza che non si debba piangere qualcuno che la mattina è uscito di casa per andare in ufficio e in fabbrica e poi non è più tornato.
Il 13 ottobre c’è stata la giornata per ricordare queste persone e c’è stato il solito diluvio di parole e di promesse. Da anni si lanciano buoni propositi che poi lasciano il tempo che trovano. Sono convinto che sarà così anche stavolta. Abbiamo la capacità di indignarci ma solo per poche ore.
Marcello Nistri - Per e-mail da Roma

R) In effetti la “Giornata per le vittime degli incidenti sul lavoro” ha suscitato commenti ad ampio raggio: dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ai sindacalisti, dal governo ai dirigenti di impresa.
Se si andasse a vedere che cosa è stato detto nel passato in circostanze analoghe probabilmente ci si imbatterebbe nelle stesse parole. Il problema è – come spesso accade in Italia – che dalle parole difficilmente si passa ai fatti.
E i fatti, nello specifico, dovrebbero essere più investimenti, più formazione, più preparazione, più controlli e più verifiche. Più una cultura della sicurezza che stenta ad affermarsi.
Tra l’altro, gli ispettori dell’Inail, del ministero del Lavoro e delle Asl avrebbero bisogno di rinforzi perché il loro numero, a causa del blocco del turn over, è in costante diminuzione mentre è evidente che il loro impegno significa anche il rilancio della prevenzione.
Il presidente Mattarella, che più volte è intervenuto nel merito, ha messo in rilievo come la sicurezza di chi lavora sia una priorità sociale… Tutti, dai dirigenti d’impresa ai singoli lavoratori sono chiamati a prestare la giusta attenzione al rispetto delle norme e degli standard più avanzati. L’impegno comune è condizione per raggiungere il traguardo della fine di tanti lutti.
Nel nostro Paese muoiono ogni giorno 3 persone o sul posto di lavoro o mentre sono in viaggio per raggiungerlo. È una media molto alta, anche se è leggermente diminuita rispetto allo scorso anno. Ma anche una sola vittima resta una tragedia che non si può accettare.

2) I DIRITTI E IL RIPOSO SETTIMANALE

D) Il giorno di riposo settimanale è un diritto? Il datore di lavoro può rifiutarsi di concederlo?
Annarita Rosselli - Per fax da Roma

R) L’orario di lavoro settimanale deve tenere conto del diritto del personale a un periodo di riposo di almeno 24 ore consecutive, di regola in coincidenza con la domenica. Fanno eccezione alcune situazioni caratterizzate: 1) dalla necessità dell’organizzazione del lavoro a turni; 2) da particolari attività per le quali sia necessario frazionare i periodi di lavoro nell’arco della giornata; 3) il personale del settore dei trasprti.
Il lavoro svolto durante i giorni di riposo settimanale è compensato da una maggiorazione retributiva. Il riposo settimanale è un principio stabilto dalla Costituzione (art. 36). La sua concessione non può essere rifiutata dal datore di lavoro, né può essere legalmente negata in un contratto individuale.

3) PIÙ TASSE SUL LUSSO. CHE MALE C’È?

D) Chi parla di aumento dell’Iva rischia di finire sul rogo. Eppure se si uscisse per un attimo dalla propaganda a getto continuo che male ci sarebbe ad alzare l’imposta sui generi di lusso o superlusso?
Un po’ come la patrimoniale. Secondo me, chi più possiede più dovrebbe versare nella casse dello Stato. Parlare di un fisco equo significa parlare anche di queste cose.
Lorella Franchi - Per e-mail da Roma

R) La decisione del governo di bloccare l’Iva è sacrosanta. Altrimenti si innescherebbe una spirale al rialzo di tutti i prodotti e di tutti i servizi che finirebbe col danneggiare le classi meno agiate. Le clausole di salvaguardia possono aspettare e la posta in gioco è stata trasferita all’interno della manovra finanziaria.
Diverso è il discorso sulla progressività del prelievo fiscale. In questi giorni c’è chi ha ricordato come l’abolizione dell’Imu sulla prima casa abbia, alla fine, favorito anche i proprietari di abitazioni di lusso. Insomma, c’è da ragionare mettendosi intorno al tavolo senza pregiudizi e con onestà intellettuale.

4) LE BUSTE PAGA E IL CUNEO FISCALE

D) Ho letto sul numero 16 di “Lavoro Facile” l’e-mail che Marco Desideri ha inviato a proposito del cuneo fiscale e la risposta data dalla redazione.
Siccome si parla di quattrini in busta paga, la cosa ha suscitato il mio interesse (e credo anche quello di molti altri). Ho cercato di informarmi per capire meglio che cosa potrebbe accadere alla mia busta paga. Ma a oggi, 15 ottobre, ci si capisce ancora ben poco…
Milena Conti - Per telefono da Roma

R) Saranno le Camere, come da prassi, ad approvare la Legge di Bilancio sula base del documento programmatico varato dal Consiglio dei Ministri. E fino a quel momento possono intervenire modifiche anche sostanziali su iniziativa del Parlamento.
Comunque, per quanto riguarda il cuneo fiscale c’è la decisione di portare a 3 miliardi di euro la somma da destinare alla riforma, il che comporterà una mano meno pesante del fisco dentro le busta paga che dovrebbe tradursi in una erogazione entro luglio 2020 di un bonus di 240 euro, in sostanza 40 euro al mese in più grazie alle minori trattenute. Poi si andrà avanti fino a fine anno.
Nel 2021 le risorse stanziate, ma da confermare con la Manovra del prossimo anno, sono state elevate a 5,3 miliardi in modo che a beneficiarne possano essere anche le imprese.

5) IO STO DALLA PARTE DEI CURDI

D) Ho scritto anche ad altri giornali e invio lo stesso mio pensiero anche a “Lavoro Facile”, che leggo almeno da una decina di anni, anche se mi rendo conto che l’argomento con l’occupazione non c’entra.
Ma c’entra, eccome, con i diritti dell’uomo, del rispetto delle regole e della convivenza, della lotta contro i soprusi.
Mi riferisco a ciò che sta subendo il popolo curdo ad opera della Turchia. Sono indignata per ciò che hanno fatto gli Stati Uniti che, ritirando il contingente dai confini, hanno dato il via libera all’esercito di Ankara. Sono indignata per la tiepida reazione dell’Europa. Sono indignata perché nel nome del business delle armi si sono voltate le spalle a una delle poche democrazie esistenti in quell’area. Sono indignata perché vengono uccise tante brave persone nell’indifferenza più totale. Sono indignata per come Hevrin Khalaf, paladina dei diritti civili del suo popolo, sia stata assassinata in un’imboscata organizzata dai miliziani fedeli a Erdogan. Sono indignata perché quegli uomini e quelle donne che ci hanno aiutato a sconfiggere l’Isis adesso che non ci servono più possono essere tranquillamente tolti di mezzo. Sono indignata perché ormai si pensa solo al proprio tornaconto e alla propria tranquillità, e chi se ne frega se gente perbene viene sterminata dai mitra e dalle bombe di una Paese che fa parte, insieme al nostro, della Nato.
Isabella S. - Per e-mail da Roma

R) Ha scritto Lucia Annunziata su “la Repubblica” dello scorso 14 ottobre: “Gli ultimi della terra muoiono senza lacrime versate per loro, e senza telecamere a documentarne la fine. Negati i loro diritti a essere protagonisti della comunità degli uomini fino alla fine. L’annullamento di questa identità è l’ennesima forma che prende il massacro nei tempi moderni – annegare non (solo) nel sangue le minoranze, ma negarne tutto fino alle radici, il suolo dove si è nati, le case, le abitudini, la lingua, la religione, per cancellarne ogni pietra, fino alla negazione della memoria, l’ultimo pugno di sale roman”.
E ancora: “Un sogno che ancora una volta si è spezzato davanti all’indifferenza degli alleati, la ingratitudine di tutti noi. Tutti noi che simo intrappolati in un vana gara di parole sul che fare. Una disputa diplomatica e di comunicati che si srotola al disopra della vita di tutte queste persone per le quali ogni minuto vale per vivere o morire. E forse mai in tale solitudine, sotto l’occhio fermo di una opinione pubblica mondiale. Una lacrima che scenda da quell’occhio fermo è l’unico vero omaggio che possiamo loro fare”.
C’è poco da aggiungere all’e-mail di Isabella e all’articolo di Lucia Annunziata. Che mondo è quello in cui un popolo può rischiare lo sterminio nel nome di interessi geopolitici dettati da chi ha più forza perché ha più armi?

6) LE “DIMISSIONI” CHIESTE E NON VOLUTE

D) Lavoro in un bar del centro di Roma con un contratto di inserimento della durata di 18 mesi. Pochi giorni fa il titolare ha informato tutti i dipendenti di avere ceduto l’attività e che i nuovi gestori non intendono assorbire il personale esistente.
Non potendoci licenziare, ci ha chiesto di firmare una lettera (già scritta) di dimissioni. Io l’ho fatto. Adesso che cosa mi devo aspettare? E, soprattutto, quali sono i miei diritti?
G. P. - Per e-mail da Roma

R) Risponde l’avv. Valerio Antimo Di Rosa. La lettera di “dimissioni” corrisponde, in realtà, ad un licenziamento illegittimo da parte del datore di lavoro. Il metodo, purtroppo, è prassi assai frequente. Tanto che alcune aziende, al momento dell'assunzione, pretendono dai loro futuri dipendenti la consegna di un foglio, sottoscritto in bianco, che sarà poi riempito – all'occasione – per formulare le “dimissioni” del lavoratore stesso.
Nel caso segnalato, è opportuno rilevare che l'acquirente del bar (presumibilmente si è in presenza di cessione o di affitto d'azienda) avrebbe l'obbligo di conservare il posto di lavoro del dipendente dell'azienda ceduta ai sensi dell'art. 2112 del Codice civile e che, comunque, il trasferimento d'azienda non può costituire di per sè motivo di licenziamento.
Pertanto, laddove la lavoratrice – come sembra – abbia già firmato la lettera di dimissioni, al di là delle sue reali intenzioni, non resta che comunicare formalmente al datore di lavoro, con raccomandata a.r., che: 1) non c’è l’intenzione di dimettersi; 2) che la precedente lettera non corrisponde alla sua volontà perchè, ad esempio, è stata tratta in errore o ha subito pressioni psicologiche o c'era dolo dell'altra parte; 3) continuare a recarsi regolarmente al lavoro, adempiendo al contratto già stipulato.
Laddove la lavoratrice continui a svolgere la stessa attività precedente al trasferimento d'azienda, sarà onere del nuovo datore di lavoro, qualora non voglia che la lavoratrice rimanga alle sue dipendenze, indennizzarla per la cessazione del rapporto da egli stesso unilateralmente determinato.

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