Giovedì, 27 Giugno 2019

L'Editoriale. I navigator e i tanti giovani che lasciano l’Italia

Se i 2.980 navigator riusciranno davvero a dare una mano ai beneficiari del reddito di cittadinanza nella ricerca di un lavoro lo vedremo verso al fine dell’anno quando, completata la formazione e capiti i meccanismi del ruolo, cominceranno l’attività a pieno titolo. L’argomento è di notevole interesse: lo dimostrano le lettere inviate alla redazione e che pubblichiamo nella rubrica “Botta e risposta” e le risposte che stanno arrivando al Sondaggione sul tema lanciato lo scorso 14 giugno e che si concluderà l’11 luglio.

La speranza è che possano riuscire là dove troppi sono stati i fallimenti. I Centri per l’impiego, infatti, dove i navigator prenderanno servizio, vanno avanti da anni senza coprirsi di gloria. Colpa delle poche risorse messe a disposizione delle strutture, della scarsa volontà di farne una leva essenziale del meccanismo ricerca/offerta, dell’assenza di una valida strategia nei riguardi dell’occupazione.

Che tutto questo possa essere risolto dai navigator è – appunto – una speranza. C’è chi ne dubita facendo alcune considerazioni: la più ovvia delle quali è che se i posti – a causa delle difficoltà in cui si dibatte l’Italia – continueranno a scarseggiare ci sarà ben poco da trovare e da proporre. Ma c’è pure chi è convinto che riducendo le tasse, agevolando i pensionamenti e rilanciando le opere pubbliche, la situazione potrebbe sbloccarsi e il mondo delle imprese, finalmente stimolato, non potrà che prenderne atto e riprendere ad assumere.
Se dobbiamo fare il tifo è per quest’ultima impostazione. Il Paese ha bisogno di una svolta e ogni iniziativa che può sollecitarla non può che essere la benvenuta. Però, se per i navigator non ci vorrà molto per capire verso quale direzione stiano andando, anche su tutto il resto si dovrà passare ai fatti e i fatti, nel nostro caso, non si potranno interpretare: o le opportunità di lavoro si moltiplicheranno o si saranno sbagliati i calcoli. E le promesse.

Nell’eventualità di un altro giro di valzer si potrà sempre buttare la palla in tribuna, magari sostenendo che c’è la responsabilità di qualcuno (l’Europa, la congiura dei potentati economici e finanziari, la zavorra del debito che ci opprime, la vecchia nomenclatura che non vuole togliersi dai piedi) o di qualcun altro (l’incapacità del governo, l’incompetenza di chi siede nelle stanze dei bottoni, la leggerezza con la quale si trattano temi complessi, il nostro isolamento a Bruxelles).
Lo abbiamo scritto più volte: nessuno può regolare i conti sulla pelle delle persone che, se un lavoro ce l’hanno, non vogliono vivere nell’ansia di perderlo, o se non ce l’hanno vogliono trovarlo al più presto. Siamo anche convinti che non esistono bacchette magiche: ci si risolleva se alla guida del Paese si mettono insieme competenze vere e lungimiranti perché il Paese – comunque lo si guardi – è malato e ha necessità di cure urgenti e appropriate.

Di tempo non ne resta molto. Non è da adesso che si dice così, ma poi non succede nulla. E oggi siamo sull’orlo del precipizio. Intanto, su ognuno di noi grava un debito di quasi 40.000 euro (il totale è di 2.373 miliardi di euro) e la disoccupazione giovanile è tra le più alte in Europa tanto che l’Istat ha appena fatto sapere che negli ultimi 10 anni 420.000 italiani hanno scelto di trasferirsi all’estero, la metà (208.000) tra i 20 e i 34 anni e con un livello di istruzione medio-alto.
Per carità di patria lasciamo stare gli altri dati dell’Istituto di statistica. Anche l’Istat sbaglia a fare i calcoli?

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