Giovedì, 13 Giugno 2019

L'Editoriale. Una mano ai giovani? Meno parole e più fatti

Pochi giorni fa l’Istat ha reso noto che nel mese di aprile il tasso di disoccupazione giovanile nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni è cresciuto di 0,8 punti rispetto al precedente mese di marzo raggiungendo quota 31,4%. Il livello di occupazione generale è invece rimasto invariato al 58,8% perché se c’è stata una flessione tra chi ha fino a 34 anni (-52.000) c’è stata la crescita contemporanea nelle altre classi d età (+46.000). Per quanto riguarda il rapporto giovani-lavoro peggio di noi, in Europa, riescono a fare solo la Grecia (38,8%) e la Spagna (32,7%).
E se è vero che a marzo la disoccupazione giovanile era scesa al 30,2% – il minimo dall’ottobre 2011 – i dati in costante altalena sono lì a dimostrare che l’Italia non è ancora riuscita a imboccare la via maestra per superare le difficoltà e che l’incertezza continua ad essere il segno distintivo del nostro Paese.
Lasciamo stare altri elementi che pure sono significativi (come, per esempio, che poco più della metà dei laureati italiani non riesce a trovare un impiego a 3 anni dal conseguimento del titolo di studio mentre nell’Eurozona l’80% ha già trovato un posto) e proviamo a capire i motivi che sono alla base di questi numeri.

Intanto, Le risorse messe finora in campo stentano a incidere in maniera significativa: dalle agevolazioni fiscali al programma Garanzia Giovani, dai bonus per l’assunzione di laureati con 110 e lode agli sgravi contributivi per le imprese che operano nel Sud, e così via. La ragione è sempre la stessa: se l’economia non riparte, se non ci sono certezze sul futuro, il mondo produttivo preferisce non sbilanciarsi. Eppure…

Eppure Altagamma, la Federazione che raccoglie le aziende più importanti del made in Italy, ha appena fatto sapere che entro il 2023 ci sarà bisogno di 236.000 figure professionali e che sarà difficile trovarle. I settori sono quelli delle calzature, del design, dell’automotive, della moda, della meccanica di precisione, del digitale avanzato. È stato calcolato che il 70% delle risorse umane necessarie non sarà disponibile e che occorrerà fare i salti mortali per individuarle.
Ad essere più o meno introvabili saranno progettisti e meccatronici, pellettieri, tessitori, sarti e prototipisti, specialisti dell’ospitalità e della ristorazione, tecnici della vinificazione e guide enogastronomiche. Ma mancheranno anche commessi e store manager all’altezza di compiti sempre più in linea con le necessità (conoscenza delle lingue, capacità informatiche e gestionali, approccio multitasking, cioè in grado di svolgere al meglio più mansioni simultaneamente).

Come mai ci troviamo in questa situazione? Sempre secondo Altagamma, alla base c’è un problema-scuola. In Italia gli iscritti agli Its (istituti tecnici superiori) sono appena 10.000 contro gli 880.000 della Germania e i 240.000 della Francia. Insomma, in queste aule non solo ci si specializza poco ma i ragazzi non ne sembrano attratti. Tanto che alla fine sono le aziende che debbono creare in proprio percorsi di istruzione e di apprendistato.
In questo ambito, imprese e strutture scolastiche devono imparare a collaborare di più tenendo d’occhio le esigenze strategiche del Paese. Passi in avanti sono stati fatti ma molto resta da fare. È un leitmotiv che ci trasciniamo da tempo e che è rimasto sostanzialmente invariato negli anni. Occorre un’autentica svolta se si vuole sul serio dare una mano ai giovani che chiedono di entrare nel mondo del lavoro.

Letto 138 volte

Articoli correlati (da tag)