Giovedì, 19 Aprile 2018

Le domande dei lettori, le risposte degli esperti. N. 8/2018

1) Quei 600 € al mese per il servizio baby sitting; 2) Da un contratto all’altro: che rebus!; 3) Quanto può durare una trasferta?; 4) La sosta selvaggia che penalizza chi vive a Roma

1) QUEI 600 € AL MESE PER IL SERVIZIO BABY SITTING

D) Una volta c’era un contributo per le mamme lavoratrici destinato a coprire, seppure parzialmente, le spese legate ai vari servizi per l’infanzia. Da poco ho avuto una figlia e non nego che un sostegno mi farebbe comodo.
Ho cercato di saperne di più ma non è facile. Ci sono tante leggi e leggine che per interpretarle ci vuole una laurea. Se in Italia ci sono sempre meno nascite è anche perché da noi la maternità non è al centro di progetti semplici e chiari com’è, per esempio, in Francia. Ho un’amica a Digione che mi racconta…

Carla Marcelli - Per e-mail da Roma

R) Il messaggio è molto lungo e particolareggiato e siamo costretti a riassumerlo. Il riferimento dovrebbe essere alla legge n. 92 del 2012 e successive proroghe che consente alle madri lavoratrici di richiedere, in alternativa al congedo parentale, un contributo – così stabiliscono le norme – “per l’acquisto di servizi di baby sitting”.
L’ultima proroga è di poche settimane fa. L’importo del contributo è pari a 600 euro mensili per 6 mesi ed è in alternativa alla fruizione del congedo parentale. Ne hanno diritto: 1) le lavoratrici dipendenti da amministrazioni pubbliche o aziende private; 2) le lavoratrici iscritte alla gestione separata; 3) le lavoratrici autonome o imprenditrici.
Il beneficio consente di ottenere contributi/rimborsi in relazione agli oneri della rete pubblica dei servizi per l’infanzia o dei servizi privati accreditati o di baby sitting. Per maggiori informazioni clicca qui.

Ci sono anche altri provvedimenti di sostegno prima e dopo la nascita. Per conoscerne i dettagli ci si può rivolgere anche ai Centri per l’impiego o a qualche Caf bene organizzato.

2) DA UN CONTRATTO ALL’ALTRO: CHE REBUS!

D) Sono un ex dipendete di un’azienda leader nei servizi di amministrazione e di sostegno alla gestione e allo sviluppo delle risorse umane. Alla fine di marzo, dopo quasi 4 anni di servizio e varie proroghe, non mi è stato possibile rinnovare il contratto.
Appunto, le proroghe. Ho firmato un accordo di conciliazione con la mia società presso l'Unione industriali. Nell’occasione mi è stato cambiato il contratto da collaboratore in uno a tempo determinato di 18 mesi la cui scadenza – guarda caso – ha coinciso con la risoluzione del rapporto di lavoro.
A questo punto le mie domande sono: 1) esiste una legge in base alla quale si può trasformare un contratto da collaboratore in uno a tempo indeterminato? 2) Ci sono le condizioni per rivolgersi ad un legale e magari tentare un'azione nei confronti della società? 3) Esiste la possibilità di diffidare l'azienda dal fare nuove assunzioni senza prima avermi contattato?

L.P. - Per e-mail da Roma

R) Risponde l’avv. Valerio Antimo Di Rosa. Come è noto, il contratto a tempo determinato è un contratto di lavoro di tipo subordinato, al quale si applica pertanto la disciplina di tale tipo di rapporto.
Per evitare abusi da parte del datore di lavoro, aderendo a direttive comunitarie, si è stabilito che debbano sussistere idonee motivazioni e limiti numerici e di durata di questi contratti.
Tuttavia la gran parte dell’attività svolta dal lettore è stata nelle forme della collaborazione, per la quale non è previsto un divieto di proroga oltre dati termini. Piuttosto occorrerebbe valutare se effettivamente si sia trattato di attività collaborativa e non di lavoro di tipo subordinato per effetto della sottoposizione al vincolo direttivo, gerarchico e disciplinare nei confronti del datore di lavoro.
Questo titpo di accertamento è comunque rimesso alla valutazione di merito del Giudice del Lavoro, a cui si potrebbe ricorrere (anche se, da quanto narrato, sembra che per il periodo durante il quale è stata svolta attività di collaborazione sarebbe stato sottoscritto un accordo di conciliazione, per cui le eventuali pretese del lavoratore non potrebbero più essere vantate).
Invece sussiste certamente un diritto di precedenza nelle assunzioni a tempo indeterminato che il datore di lavoro dovesse effettuare nei successivi 12 mesi dalla risoluzione del rapporto, in relazione alle mansioni espletate.
 

3) QUANTO PUÒ DURARE UNA TRASFERTA?

D) Capita spesso che per ragioni di lavoro la mia ditta mi richieda frequenti trasferte, che a volte durano più giorni. È regolare?

S. - Per e-mail da Roma

R) La trasferta, contrariamente al trasferimento, presuppone un mutamento temporaneo del luogo di svolgimento della prestazione lavorativa. Il concetto di “temporaneità” è molto ampio: può riguardare un giorno come alcune settimane.
Più la trasferta è lunga più i contorni sfumano e diventa difficile distinguerla dal trasferimento. In linea generale si può sostenere che si è in presenza di trasferta quando il mutamento della sede conserva i caratteri della “provvisorietà”, cioè quando è dettato da una situazione speciale cessata la quale è previsto il ritorno nella primaria sede di lavoro.
Non possono, ad esempio, qualificarsi “trasferte” gli spostamenti dei lavoratori che, per la natura stessa dell’attività che svolgono, effettuano le loro prestazioni in località sempre diversa.
Individuare esattamente se si è in trasferta oppure no è importante in quanto a questo istituto sono collegabili obblighi di tipo retributivo e adempimenti di natura fiscale e previdenziale.

In genere, e salvo diversa previsione dei contratti collettivi, il datore di lavoro può inviare il dipendente in missione o trasferta senza le limitazioni che regolano il trasferimento: vale a dire le imprescindibili ragioni tecniche, organizzative e produttive.

4) LA SOSTA SELVAGGIA CHE PENALIZZA CHI VIVE A ROMA

) Criticare ciò che non funziona a Roma fa parte del panorama. Alcuni rilievi sono giusti, altri esagerati. Però ci sono situazioni che potrebbero essere risolte con poco e che restituirebbero un po’ di fiducia in noi che abitiamo in questa – nonostante tutto – meravigliosa città.
Mi riferisco alle auto in doppia fila. Non sono una integralista del codice stradale per cui anche la minima infrazione debba essere severamente sanzionata: può capitare di fermarsi con la macchina per attimo dove non si dovrebbe perché c’è da fare una consegna veloce o roba del genere. Ma non sempre è così, tanto che ci sono strade in cui il traffico, a qualsiasi ora, rischia la paralisi per le doppie o addirittura triple file.
Credo che ognuno sia in grado di portare degli esempi. Personalmente sono testimone, perché ci passo ogni giorno, di irregolarità che vanno avanti da mesi e mesi. In via Ravenna, per esempio, nel tratto che dalla sede di Ovs arriva all’incrocio con via Padova, persino il 61 dell’Atac è costretto a pericolose gimkane se non a fermarsi in attesa che l’automobilista indisciplinato di turno rimetta in moto e si tolga di mezzo.
Quel pezzo di strada è pieno di negozi. Ma è mai possibile che per fare degli acquisti o per prendere un cappuccino ci si debba fermare proprio davanti? E che dire dei 200 metri che vanno dall’incrocio via Chiana-via Salaria con viale Regina Margherita? Le auto perennemente in sosta accanto al marciapiede riducono la carreggiata ad una sola corsia il che provoca code e rallentamenti.
Per non parlare delle strade intorno a piazza Istria: corso Trieste, via di Santa Costanza, via Bisagno… Verrebbe da interrogarsi: ma i vigili a Roma ci sono ancora? Se sì allora che battano un colpo.

Roberta F. - Per telefono da Roma

) È un eterno problema che nessuna amministrazione è riuscito a risolvere. Da un po’ di tempo la situazione è peggiorata anche perché vedere un vigile urbano in giro con il fischietto in bocca e il blocchetto delle multe in mano è un evento sempre più raro. Eppure basterebbe la sola presenza della divisa per scoraggiare tante seconde file.
La polizia municipale che opera nella Capitale è da tempo sottodimensionata. Il concorsone indetto anni fa anche per trovare 300 nuovi vigili, una volta decretati i vincitori, non è andato più avanti. L’attuale giunta lo ha scongelato e sono state fatte le prime assunzioni. Ma evidentemente non basta. Resta però la domanda: anche in una situazione di emergenza e sapendo che i “furbetti” si fanno vivi solo e in quelle determinate strade, perché non si organizza un servizio a tutela di tutti gli altri cittadini?
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