Venerdì, 06 Ottobre 2023

L’Editoriale. Più formazione? Tante parole e pochi fatti

Ogni volta che gli esperti di formazione e lavoro si incontrano in qualche convegno, le conclusioni sono quasi sempre più spesso le stesse. Almeno per quanto riguarda ciò che si dovrebbe fare per collegare con un unico filo la scuola, le necessità delle imprese e la qualità degli impieghi.
È successo recentemente anche nel corso di una serie di incontri organizzati dal “Corriere della Sera”. Per esempio, Roberto Cascella, Group Head People Management e Hr Digital Transformation di Intesa Sanpaolo, ha detto che “occorre stare vicino alle persone e investire sul sapere essere”. E Paolo Chiriotti, Chef Human Resources & Organization Officer di Tim, ha sottolineato come “ci vuole una nuova normativa del lavoro che renda più flessibile l’utilizzo delle risorse… Le aziende devono fare sistema e creare vicinanza con la scuola”. Vincenzo Cozzolino, Head of People Strategy & Governance di Leonardo, è andato dritto sul punto: “Le aziende hanno il compito di formare e fare le persone”.

In effetti, gira e rigira, lo snodo resta quello delle competenze da inserire nel mondo della produzione. Ci sono quelle di più alta specializzazione che ruotano intorno allo sviluppo dell’intelligenza artificiale o delle applicazione più avanzate dell’infomation technology, ma anche quelle ricercate per mandare avanti i settori più comuni come quelli – tanto per fare qualche esempio – dell’accoglienza (il turismo è per l’Italia uno dei comparti fondamentali), della moda, della ristorazione, della grande distribuzione, dell’amministrazione pubblica e privata, e così via.

Anche in questi casi, la formazione dovrebbe seguire di più l’andamento del mercato del lavoro. Perché, a parte le iniziative già messe in campo e maggiormente i sintonia con i tempi, ancora non ci siamo. Se ne sono accorti anche i nostri lettori che stanno rispondendo al Sondaggione “La scuola riesce a preparare al meglio i giovani in vista del lavoro?”. Ebbene, al momento il 68% ha risposto di “no”, il 24% “non sempre” e solo il 7% ha votato per il “sì”.

Il problema, insomma, è passare dalle indicazioni che emergono dai convegni alla realtà: cioè, a come trasformare le parole in fatti capaci ridurre, se non di superare, la differenza che tuttora esiste tra le nozioni che si apprendono nelle aule dei nostri istituti con i bisogni operativi delle imprese. Che, se è vero che hanno deciso di darsi da fare in proprio nella formazione, sarebbe bene che chi termina gli studi non si ritrovi come un pesce fuor d’acqua al momento si confrontarsi con le prime proposte di lavoro.
Ne abbiamo parlato altre volte ma vale la pena ribadire il concetto. I ritardi che ci separano da una vera soluzione rendono più grigio il futuro dei nostri ragazzi.

Letto 345 volte Ultima modifica il Venerdì, 06 Ottobre 2023 14:25

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