A leggere gli ultimi dati sull’andamento dell’occupazione in Italia c’è di che essere soddisfatti. Secondo l’Istat, infatti, nel secondo trimestre di quest’anno le ore lavorate sono cresciute dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dell’1,3% rispetto al secondo trimestre del 2025, mentre il numero degli occupati – al netto degli effetti stagionali – è salito a 24.363.000 (+155.000, + 0,6% sul primo trimestre 2026).
Il tasso di occupazione ha raggiunto il 63,1% (+0,4% in tre mesi). Inoltre, sempre nel secondo trimestre di quest’anno, le posizioni a tempo pieno sono cresciute dello 0,3% e quelle a tempo parziale dello 0,5%. Nello stesso periodo, le posizioni gestite dalle agenzie per il lavoro hanno registrato un aumento del 2,0% e del 3% su base annua. Per completare il panorama c’è da dire che le persone in cerca di occupazione sono 1.440.000.
Fin qui davvero niente male. Ma le medaglie hanno sempre due facce, e l’altra è decisamente più problematica. Intanto gli stipendi. Che sono tra i più bassi d’Europa a causa della prolungata stagnazione della produttività e della mancata crescita degli ultimi 30 anni, come ha rilevato anche recentemente l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (Cpi).
Poi, secondo l’Ocse, che è l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, l’Italia è l’unico Paese d’Europa dove i salari reali sono diminuiti rispetto al 1990 e dove, proprio in questi giorni, l’inflazione è salita al 3,3% dal 2,9% il che non aiuta certo chi vive di stipendio perché significa che tutto costa di più, a partire dalla benzina e dal gasolio.
Sullo sfondo, resiste anche un altro fattore di squilibrio sociale, quello che vede i ricchi diventare sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Secondo un rapporto elaborato da First Cisl “il 5% delle famiglie detiene oltre il 50% della ricchezza, mentre il 50% meno abbiente ne possiede appena il 7,3%”.
Insomma, la ricchezza è sempre più concentrata nelle mani della fascia più benestante della popolazione. Così se nel 2010 il 10% più ricco deteneva il 52% della ricchezza complessiva, il 31 dicembre 2025 questa quota è salita al 60,6. Ancora più marcata la crescita della concentrazione al vertice: il 5% più ricco è passato dal 39,9% della ricchezza nel 2010 al 50,2% nel 2025.
Il segretario generale nazionale di First Cisl, Riccardo Colombai, nel commentare il rapporto, ha sottolineato come per correre ai rimedi “servono incentivi efficaci e strutturali. Diversamente, senza investimenti, senza una crescita forte e duratura e soprattutto senza retribuzioni significativamente più alte, si amplieranno di più le diseguaglianze economiche”. Insomma, dopo il brindisi per la crescita dell’occupazione, c’è da mettersi a lavorare perché ci sono un bel po’ di cose da aggiustare.
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